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dia-big-novL'obiettivo è catturare Matteo Messina Denaro
di Miriam Cuccu - 5 agosto 2014
Cosa nostra sembra voler uscire dalla strategia del silenzio adottata nell'ultimo ventennio. E la Direzione investigativa antimafia, nella sua relazione al Parlamento, parla di “segnali che sembrano propendere verso derive di scontro ancora da decifrare”, sottolineando l'urgenza, tramite le indagini patrimoniali, di scardinare “il rapporto tra Cosa Nostra e pezzi significativi dell'economia locale”. Un legame che “alimenta il potere mafioso, contamina la dimensione socio-culturale del territorio frenandone lo sviluppo e impedendo l'evoluzione verso un moderno sistema di governance.

E' risultato infatti evidente come “le progettualità criminali sono orientate alla sistemica infiltrazione delle attività imprenditoriali, alla cooptazione di figure di riferimento nei settori politico, amministrativo e professionale, ed al condizionamento della pubblica amministrazione". Per questo è importante che l'azione di contrasto passi per “l'offensiva investigativo-giudiziaria nei confronti delle famiglie al fine di impedirne un riconsolidamento delle strutture su più stabili basi”. Il fatto che Cosa nostra non abbia ancora raggiunto solidi equilibri, prosegue la relazione, “fa sì che l'organizzazione sia ancora influenzata dalle direttive provenienti da capi detenuti e latitanti, ben più autorevoli degli emergenti”. Particolarmente della provincia di Trapani viene tuttora riconosciuta “la supremazia del boss Matteo Messina Denaro”, latitante da vent'anni e la cui cattura “rimane un obiettivo primario dell'azione investigativa”.
Parlando di attività illecite “il traffico di stupefacenti si conferma settore criminale in crescita” e la zona del palermitano, come evidenziano le recenti operazioni, risulta essere “centro di smistamento e di rifornimento per l'intera regione” grazie anche all'alleanza “con altri gruppi criminali della Camorra e della 'Ndrangheta”.

'Ndrangheta, “grave rischio di infiltrazioni negli enti locali”
Rimane secondo la Dia “grave e persistente in Calabria il rischio di infiltrazione mafiosa negli enti locali” da parte della 'Ndrangheta, che può contare su una vasta rete di alleanze e collusioni con la politica e l'imprenditoria. La Calabria ancora una volta si conferma come la regione con il più alto numeri di comuni sciolti per mafia, ed è stata provata “la pervasiva capacità della 'Ndrangheta di infiltrarsi nel settore degli appalti pubblici condizionandone i meccanismi di regolazione”. Della mafia calabrese emerge in particolare “la spiccata vocazione transnazionale”, nello specifico per quanto riguarda il traffico di stupefacenti, e “il porto di Gioia Tauro si è confermato uno dei luoghi di transito per l'introduzione sul territorio nazionale di cocaina proveniente dal Sud America”.
Estero ma non solo, perchè da tempo ormai le cosche hanno varcato i confini calabresi risalendo lungo tutto lo stivale. In Lombardia in particolare “l'infiltrazione della criminalità calabrese continua a privilegiare l'estensione della rete relazionale con la cosiddetta area grigia”, ma “si confermano gli interessi della criminalità calabrese in Veneto” in Liguria, in basso Piemonte, in Toscana, nel Lazio e in Emilia Romagna, dove la 'Ndrangheta “è radicata in buona parte delle province”.

Camorra, “violenti scontri tra clan”
I clan campani spiccano nella relazione come le strutture criminali caratterizzati da “violente dinamiche di scontro tra clan” come è stato provato dai dieci omicidi avvenuti tra gruppi camorristici (a fronte dei quattro della Sacra Corona Unita, dei tre della 'Ndrangheta e dei due di Cosa nostra).
“Il clan dei casalesi  - spiega la Dia – ha mantenuto un forte interesse nel traffico illecito di rifiuti” al quale hanno contribuito “gravi omissioni di controlli” con conseguente “rischio per la salute e la pubblica incolumità”. Dopo aver smaltito per anni i rifiuti in Campania, recentemente la Camorra si è spostata verso altri lidi, nello specifico in Toscana. Tutto questo “ha avuto pesanti ripercussioni su tutto il comparto campano agroalimentare” con ricadute “drammatiche per un tessuto socio-economico già fortemente provato”.

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