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impastato-peppino-casolaredi Salvo Vitale - 8 maggio 2014
Pare che ce l’abbiamo fatta: il presidente della Regione Sicilia Crocetta si è dato una smossa, ha mandato, qualche giorno fa, alcuni funzionari a fare un controllo e ha accellerato i tempi per dichiarare che il casolare in cui venne ucciso Peppino Impastato diventerà un bene culturale. Per la verità la procedura era iniziata qualche anno fa, con l’assessore regionale Armao, che era venuto sul posto e si era impegnato ad acquisire il casolare ai beni culturali della regione Sicilia, offrendo addirittura 150.000 euro al proprietario, uno dei più ricchi possidenti di Cinisi, il farmacista Venuti, ma costui, per quel che se ne sa, si era rifiutato, chiedendo 400.000 euro.  Per la verità, se andiamo più indietro,  dopo numerose richieste e pressioni dei familiari e dei compagni di Peppino, i commissari governativi inviati a Cinisi dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia (giunta Mangiapane) avevano vincolato, nel piano regolatore, l’immobile, ma il posto è rimasto abbandonato, usato come recinto da un vaccaro locale, il quale, certamente con il consenso del proprietario, vi aveva fissato un cancello con un reticolato e ne aveva chiuso l’accesso. L’anno scorso i compagni di Peppino Impastato hanno ripulito interamente il sito da bottiglie, lattine, pezzi di vetro, escrementi, sterpaglie, ma la cosa non è durata molto.

Hanno anche affisso, sul casolare, una lapide lignea, realizzata da Paolo Chirco,  per ricordare che in quel posto è stato massacrato il loro compagno. Furono proprio i compagni di Peppino che, il giorno dopo la sua morte, si recarono a ricercare sul posto eventuali prove e tracce non prese in considerazione dagli inquirenti, raccolsero i brandelli del corpo, lasciati a seccare sul terreno e preda di corvi e gazze, e scoprirono dentro il casolare un sedile in muratura, dove alcune pietre erano sporche di sangue. E fu quella la prova che avvalorò l’ipotesi  dell’omicidio rispetto a quella dell’attentato terroristico che gli inquirenti cercavano di far passare. Da allora, dopo trentasei anni, il posto è ancora abbandonato e tramette a chi va a visitarlo,  la sua tragica e spettrale impressione di un luogo in cui la mafia ha consumato uno dei suoi più feroci delitti. Si dice che ci sia in ballo un  sostanzioso finanziamento per l’acquisto e il restauro del terreno e dell’immobile. L’Associazione Culturale Peppino Impastato auspica che il terreno sia pagato per quello che vale, cioè pochissimo, perché inedificabile, limitrofo alla ferrovia, praticamente inutilizzabile per tutto, ma che eventuali lavori di restauro non alterino la realtà e l’aspetto del posto rendendolo un’attrattiva turistica, senza trasmettere il messaggio che, l’assassinio di Peppino sia stato un autentico boomerang per coloro che lo hanno perpetrato, a partire da Gaetano Badalamenti, a Vito Palazzolo, a Francesco Di Trapani, a Giuseppe Finazzo, a Nino Badalamenti e a un certo Turiddazzu: questi sono i nomi degli esecutori fatti dal pentito Salvatore Palazzolo. Il sangue di Peppino, sparso su quel terreno è ancora lì, quasi un fermento, per una costante rigenerazione della vita in una Sicilia senza più mafia.

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