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dagata-giuseppeL’allarme della Dia alla Commissione antimafia
di Miriam Cuccu - 4 marzo 2014
L’allarme lanciato alla Commissione antimafia dal colonnello della Dia Giuseppe D’Agata (in foto) non può essere sottovalutato: da un anno e mezzo a questa parte stanno progressivamente tornando a piede libero decine di boss mafiosi, uomini d’onore che hanno terminato di scontare il debito con la giustizia per rientrare attivamente tra i ranghi di Cosa nostra. Nomi come Giuseppe Guttadauro, boss di Brancaccio ed ex aiuto primario della Chirurgia del Civico. A marzo 2012 è tornato in libertà dopo aver scontato 13 anni e 4 mesi, usufruendo di uno sconto di pena pari a 800 giorni per buona condotta. Guttadauro era stato condannato per aver favorito Cosa nostra in quanto il suo nome era al centro delle inchieste riguardanti l’ex assessore Mimmo Miceli e l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro.

Dalle intercettazioni era infatti emersa una trattativa tra l’ex governatore siciliano e il capo mandamento di Brancaccio per l’elezione nel Cdu del candidato medico Miceli (condannato definitivamente nel 2010 per concorso esterno) indicato come il soggetto di riferimento degli interessi mafiosi all’Ars con l’elezione delle regionali del 2001. Ad agosto è uscito anche Salvatore Gioeli, condannato nel 2010 a 15 anni di carcere (di cui cinque per recidiva) per associazione mafiosa nel processo che si basava sulle intercettazioni registrate nel box trasformato in centrale operativa dal capomafia di Pagliarelli Nino Rotolo che, fingendosi malato, aveva ottenuto gli arresti domiciliari nella sua villa. Anche per Gioeli si parla di fine pena anticipato, così come per altri cinque boss condannati nel processo Gotha, grazie al ricorso avanzato alla Cassazione da parte degli avvocati, i quali hanno definito illegittimo il calcolo della pena inflitta sulla base dell'applicazione della recidiva. Con i nuovi conteggi, il 17 agosto 2013 insieme a Gioeli sono stati scarcerati Nunzio Milano (uomo d’onore di spicco a Porta nuova, già condannato al primo maxi processo di Cosa nostra) Settimo Mineo (affiliato al mandamento di Pagliarelli e fedelissimo di Rotolo), Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari e Gaetano Badagliacca, tutti condannati a pene definitive superiori ai dieci anni. Non meno rilevante è la scarcerazione di Girolamo Biondino (fratello di Salvatore, noto autista di Totò Riina) tra i vertici della famiglia di San Lorenzo, personaggio di notevole caratura criminale vicino ad altri esponenti dell’organizzazione mafiosa, tra cui Nino Rotolo, Antonino Cinà e Giovanni Nicchi. Pochi mesi fa ha finito di scontare la pena anche Giuseppe Giuliano, tornato a Brancaccio dopo 22 anni di carcere nei quali si è chiuso in un ostinato silenzio, nonostante l’accusa di omicidio (conclusa con l’assoluzione) ed estorsione. Per non parlare di Vito Galatolo, figlio del padrino dell’Acquasanta Enzo Galatolo, Nicolò Salto, boss di Partinico, Pietro Vernengo e il padre Cosimo Vernengo, appartenenti alla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù.
Nella situazione di fermento in cui versano le famiglie di Cosa nostra, a fronte di due falliti progetti di ricostruzione di una nuova “Cupola” negli ultimi cinque anni, non può essere esclusa la probabilità che uno dei “pezzi grossi” della vecchia mafia possa raccogliere gli ordini di morte lanciati da Riina nei confronti del pool della trattativa Stato-mafia e in particolare di Nino Di Matteo. Le intercettazioni che contengono i dialoghi tra il boss corleonese e Lorusso sono attualmente oggetto di studio delle procure di Palermo e Caltanissetta. Proprio ieri, nel corso delle audizioni per la Commissione antimafia, le associazioni aderenti al movimento Scorta civica hanno manifestato la propria preoccupazione per le condizioni di sicurezza di Di Matteo, auspicando in particolare l’assegnazione del dispositivo anti-bomba denominato 'Bomb Jammer' che blocca gli impulsi dei radiocomandi. “Sappiamo, da fonti non ufficiali, che esiste una versione di questo dispositivo di ultima generazione che riduce al minimo i rischi per la salute, versione attualmente usata privatamente da diverse personalità. Noi cittadini siamo preoccupati e ci chiediamo se, nel diritto alla salute che garantisce la nostra Costituzione rientri anche il diritto per il dottor Di Matteo, per gli uomini che valorosamente gli fanno da scorta, per i cittadini, amici, colleghi e bambini che potrebbero rimanere coinvolti nell'ennesima e tragica strage, il diritto di non essere fatti a pezzi da una bomba” hanno detto Simone Cappellani (Agende Rosse) e Giorgio Bongiovanni (direttore di ANTIMAFIADuemila) a nome delle associazioni di Scorta civica.

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