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suvignanodi Nicola Tranfaglia - 24 agosto 2013
Stanno arrivando al pettine i nodi della lotta alla mafia in Italia. Non lo scrivo soltanto io che da molti decenni parlo di vicende che hanno rapporti con il fenomeno mafioso. Che sto pensando a un libro  che non esiste ancora su “la mafia e i poteri nel mondo contemporaneo”. Sono dati elementari di cronaca che preoccupano da molto tempo l’opinione pubblica democratica e di cui i quotidiani, purtroppo, parlano molto poco e male.

Qui mi limito a citare una vicenda emersa una settimana fa (ne aveva parlato qualche giorno addietro l’Unità di Claudio Sardo in una corrispondenza dalla Toscana) che non può non indignare gli italiani che conoscono le dimensioni e la pericolosità del fenomeno mafioso in Italia. Si tratta della tenuta di Suvignano a Monteroni d’Arbia in provincia di Siena il più grande appezzamento di terreno confiscato alla mafia nell’Italia centrale fin dagli anni ottanta (ora messo in vendita). Nel 1983 Giovanni Falcone lo sottrasse a un costruttore palermitano che l’aveva acquistato tra la fine degli anni Settanta e Ottanta. In un primo momento Piazza era riuscito ad ottenere il dissequestro dell’immobile ma, nel 1994, fu arrestato proprio a Suvignano per associazione mafiosa e condannato nel 2007 in maniera definitiva. Secondo Falcone e gli altri magistrati del pool antimafia di Palermo, Piazza era diventato l’immobiliarista di Cosa Nostra. Ma Suvignano purtroppo non è un caso isolato. I dati pubblicati dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati alla criminalità mafiosa, istituita soltanto nel 2010, dicono che su 11.238 beni immobili sequestrati solo 5.859 sono stati destinati dall’Agenzia ai comuni e di questi, secondo il giudizio di Libera, la metà sono stati affidati ad associazioni e cooperative che hanno provveduto al loro riuso sociale. Ma molti, come Suvignano, sono destinati  alla vendita. O come il castello di Miasino vicino Novara, un immobile sequestrato al boss della camorra, Pasquale Galasso che, dopo tre anni, è ancora in attesa di destinazione. Ma il dato ancora più drammatico è costituito dalle aziende confiscate per ragioni di mafia che sono state finora ben  1.708 e delle quali ormai il novanta per cento non ce l’ha fatta a sopravvivere. E questo, lasciatamelo dire, ci fa capire in mano di quali persone e gruppi è, di questi tempi, il denaro necessario per gestire le imprese ma questo aprirebbe un discorso più complesso che sarà da fare in una prossima occasione. Resta il fatto - ed è segnalare a tutti quelli che del problema si occupano - che, tanto per cambiare, una delle situazioni peggiori a livello regionale è costituita dal caso del Lazio. Qui c’è l’Abecol, agenzia per i beni confiscati alla mafia nel Lazio che nasce con legge regionale il 22 ottobre 2009 ed entra in funzione con la giunta Polverini nel 2011. La sua funzione sarebbe quella di favorire l’uso sociale dei beni confiscati anche se fino ad oggi tra i 645 beni confiscati, quelli riutilizzati sono davvero pochi. Nessun provvedimento e nessuna delibera dell’Associazione. Un numero di telefono in via Cristoforo Colombo che non risponde mai né di mattina né di pomeriggio. L’associazione antimafia di Firenze “Antonino Caponnetto”, benemerita per il suo lavoro, conferma i problemi dell’associazione laziale: ”Confermiamo e siamo indignati perché se questo ente funzionasse sarebbe un ottimo servizio”. Inoltre - e questo mi sembra un  clamoroso particolare, il dirigente attuale dell’agenzia Luca Fegatelli - ha denunciato di recente l’Espresso - è indagato dalla procura di Velletri per “associazione a delinquere e concorso in truffa ai danni dello Stato”. Quale conclusione si può trarre da un caso come questo. Ad essere sintetici, ma oggettivi, il fatto è che non si può istituire un’agenzia nazionale, con tante sedi regionali, per riutilizzare i beni delle mafie e poi non fornire del personale (ci sono soltanto 30 persone di ruolo e cento a comando o distaccati) e i mezzi per gestire i rapporti con i sindaci, gli amministratori, le associazioni e quelli per aste che escludano l’interferenza e l’azione delle associazioni mafiose quando si vuol vendere un bene confiscato. Un vecchio proverbio parlerebbe di “nozze con i fichi secchi” ma, senza ricorrere al passato, viene ancora una volta da dubitare della priorità di una lotta efficace alle mafie da parte delle nostre classi dirigenti.

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