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ardita-sebastiano-bigdi Sebastiano Ardita - 17 dicembre 2012
In una materia cosi' complessa come la "questione Palermo" nella nostra lista e' stata evocata la tragedia. Lo si e' fatto per paradosso, e mai invece espressione mi sembra piu' calzante. La tragedia e' innanzitutto nei fatti che fanno da cornice al processo, nel sangue delle vittime, nei bambini morti ai Georgofili, nel sacrificio dei nostri colleghi e delle loro scorte.

La tragedia e' anche un genere letterario, utilizzato per sopperire alla carenza di comunicazione, che nel mondo ellenico era legata soltanto ai mezzi, e ai nostri tempi alla mancanza di umilta' che ci rende sordi alle ragioni degli altri. Un genere che consente di guardare dentro al dolore dei protagonisti del quale non comprendiamo l'origine, ma di cui conosciamo solo la capacita' di tramandarsi. E allora ne attribuiamo la causa alla ùbris, una colpa che prescinde dalle nostre azioni, che ci rende responsabili solo per la discendenza, per l'appartenenza ad un mondo ideale, ad un luogo, ad una categoria di uomini.
La tragedia e' la difficoltà di spiegare che per quella ricerca della verità - che ruota attorno alla morte di chi ti e' stato padre e lo e' stato per tutta la magistratura - scommetteresti la tua professione perché altri, che tu amavi, hanno sacrificato la propria vita.
La tragedia e' che sai bene che il processo e' difficile, e tu prima degli altri comprendi che l'esito potrà non essere quello che auspichi, e immagini gia' tutto quello che ne conseguira'. Ma comunque non ti tiri indietro, perche  sai anche che se non la cercherai tu, quella verita' rimarrà sepolta.
La tragedia e' che sai perfettamente che venti anni fa, quando i corleonesi comandavano a Palermo, indagare sui rapporti tra la mafia e lo Stato significava essere condannati a morte. Con sentenza da eseguire alla prima occasione, anche dopo dieci anni. E adesso non sai cosa ti succedera'. Puoi solo sperare che quella regola non valga piu'. Ma non puoi essere tu a denunciarlo, perché sei il diretto interessato, e nessun altro lo dice.
La tragedia e' anche una falsa rappresentazione della realtà, che spesso consiste in insinuazioni e in accuse  larvate e dalla quale con difficoltà ci si riesce a difendere.
La tragedia e' sapere che hai fatto solo il tuo dovere, che hai applicato la legge, che hai operato con correttezza rispettando le Istituzioni e ti accusano di avere tentato di "ricattare il Presidente della Repubblica".
La tragedia e' sapere che quello che e' successo a te potrebbe succedere ad ognuno dei tuoi colleghi, e non avere la solidarietà incondizionata di ciascuno di essi.
La tragedia e' essere costretti a commemorare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme a tanti che da vivi li detestavano e facevano loro la guerra ed anche oggi, nel loro nome, fanno la guerra a chi sostiene le loro idee.
La tragedia e' che la tua difesa e quella dei tuoi colleghi e' politicamente inopportuna e fa perdere consenso a tutti quelli che la vogliono sostenere, nella magistratura e nella politica.
La tragedia in questo caso e' l'origine di tutto. E' la causa e la conseguenza di ciò che e' accaduto, e' un sacrificio morale che si perpetua ed una condanna che cade su chi raccoglie una eredita'.

Lettera di Sebastiano Ardita letta alla manifestazione “Noi sappiamo” – Roma 15 dicembre 2012

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