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dia-webGrazie ai pentiti individuato un forno crematorio di Cosa nostra
di Aaron Pettinari - 13 dicembre 2012
La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha fatto luce, dopo oltre trent'anni, sui lati oscuri dell'omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vicecomandante nel 1979 degli agenti di custodia del carcere Ucciardone, individuando mandanti ed esecutori.

Così il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Lia Sava hanno firmato un avviso di conclusione indagine per due dei presunti assassini: il boss Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga, anche lui già in carcere perché condannato per altri omicidi. Il mandante del delitto fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale Rosario Riccobono, 83 anni, successivamente fatto sparire col metodo della 'lupara bianca', che oltre agli attuali indagati coinvolse altri mafiosi oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione dell omicidio.
Il maresciallo Di Bona era ritenuto dai mafiosi come il responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, già legato da vincoli sentimentali alla figlia del boss Riccobono. Sarebbe stato questo il motivo per cui la famiglia mafiosa decise di ucciderlo. “Non sono stati reperiti atti che suffragassero questo evento – hanno spiegato gli inquirenti - ma si è accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato, nel 1979 alla pena di otto mesi di reclusione, proprio perchè riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario”. Le indagini della Dia hanno comunque accertato che il 6 agosto del '79, nel carcere del'Ucciardone, una giovane guardia carceraria era stata aggredita da alcuni mafiosi dopo che questi aveva tentato di farli rientrare nelle rispettive celle. Sarebbe stato naturale avviare nei confronti dei detenuti un provvedimento disciplinare e contestuale deferimento all'Autorita' Giudiziaria, ma cosiì non avvenne. “L'unico detenuto individuato senza incertezze dalla vittima, non scontò di fatto alcuna sanzione disciplinare e, probabilmente, se le cose fossero andate come illecitamente pianificato, non avrebbe subito nessuna conseguenza penale per quel gravissimo comportamento - dicono gli investigatori - Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una cruda e spietata missiva, vergata da anonimi agenti carcerari, venne inviata intorno alla metà di agosto del 1979 alla Procura della Repubblica, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini, che, pero, la pubblicarono soltanto dopo l'avvenuta scomparsa di Di Bona”. In quella missiva le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto, etichettato con epiteti diffamatori, reo della vile aggressione in danno del loro compagno di lavoro, ma anche “il potere di mafia” esercitato dai boss in carcere. E di quella lettera entrarno in possesso anche i boss che da quel momento diedero inizio ad un'escalation di episodi intimidatori verso gli appartenenti all'istituto Penitenziario che, secondo le indagini, è poi culminata nel sequestro e nell'uccisione del sottoufficiale.
Numerosi sono stati gli ex colleghi della vittima interrogati sui fatti di quei giorni. Fondamentale per la Dia anche le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia. "Di Bona fu strangolato e il suo cadavere venne arso su una graticola, secondo un rituale che molte altre volte si era tenuto", ha dichiarato il pentito Gaspare Mutolo. Le indagini hanno anche permesso di scoprire uno dei luoghi in cui la mafia faceva sparire i cadaveri delle persone uccise. Presso il podere che apparteneva a Liga secondo gli inquirenti sarebbero state uccise decine di persone e i cadaveri sarebbero stati eliminati non solo con lo scioglimento dell'acido ma anche con l'utilizzo di alcuni forni che erano adibiti alla produzone del pane.

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