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grevi-vittoriodi Luca Casarotti - 7 dicembre 2012
Il quattro dicembre di due anni fa moriva Vittorio Grevi, una di quelle persone per cui è difficile trovare parole adatte a renderne la caratura di uomo e di giurista. Dire di lui che era uno degli studiosi più autorevoli della procedura penale non rende giustizia delle molte sfaccettature del suo impegno professionale e civile. Grevi era l'opinionista autorevole ed inflessibile che conduceva le sue battaglie di verità dalle pagine dei maggiori quotidiani italiani; era il divulgatore inesauribile di una profonda cultura antimafia; era il professore indissolubilmente legato alla sua università ed ai suoi studenti; era un intellettuale dal pensiero lucido e inesorabile, dotato di chiarezza straordinaria, dono di pochi. Grevi era scomodo, come ogni intellettuale deve essere.


Se insisto sulla parola intellettuale, è perché essa è risuonata tante volte, nel ricordo che al Prof. -come, semplicemente, lo chiamavano i suoi studenti- è stato dedicato giovedì sera, nell'aula magna dell'università di Pavia: la sua università per cinquant'anni, di cui fu prima studente, poi docente, sin da giovanissimo.
Il fatto che a volere questo ricordo siano state due associazioni studentesche, il Coordinamento per il diritto allo studio e l'Osservatorio antimafie Pavia, testimonia di quanto il suo esempio di dedizione e di rigore abbia lasciato traccia anche tra i giovani che hanno avuto la fortuna di conoscerlo più o meno da vicino, oltre che nella comunità accademica ed in quella degli operatori del diritto.
Tra il pubblico, tante persone che a Grevi erano legate per le ragioni più varie: allievi, colleghi, amici. C'era Nando dalla Chiesa, venuto da Genova per assistere alla conferenza, c'era Paolo Biondani, uno dei giornalisti che Grevi spesso consultava per avere conferma delle notizie di cronaca giudiziaria.

La commemorazione del secondo anniversario della sua scomparsa è stata l'occasione per gettare uno sguardo d'insieme sulla legislazione antimafia, tra problemi antichi e recenti che la giurisprudenza si è trovata ad affrontare. Ne hanno discusso Raffaele Cantone e Luigi Ferrarella.E' stato proprio il magistrato napoletano ad invocare la necessità, avvertita oggi più che mai, di intellettuali come Grevi,. "Quanto ci è mancata, una sua presa di posizione sul conflitto di attribuzione tra Presidenza della Repubblica e Procura palermitana. La sua opinione avrebbe evitato tanti problemi, prima e dopo la sentenza della Corte Costituzionale". Ancora Cantone:"c'è una certa difficoltà, specie tra i giuristi, ad esprimersi con chiarezza, a risultare conprensibili al di fuori della stretta cerchia dei tecnici, talvolta addirittura al suo interno".

La prima parte della discussione è stata occupata dal tema del concorso esterno, su cui Grevi tornò, in uno dei suoi ultimi articoli per il Corriere, nel novembre 2010. "Io credo nel concorso esterno. In questo non condivido la posizione che ha sostenuto Francesco Iacoviello nella sua requisitoria al processo Dell'Utri", ha detto Cantone. "E proprio perché ci credo, lo ho sempre utilizzato con estrema parsimonia. Il concorso esterno scatta quando un non-mafioso procura vantaggi alla struttura criminale nel suo complesso. L'autista del boss, per fare un esempio, non è un concorrente esterno, è, a tutti gli effetti, interno all'organizzazione". Poi, un invito alla comunità accademica:"Sul concorso esterno sono state scritte migliaia di pagine, opera soprattutto di magistrati e avvocati. La dottrina lo ha sempre considerato un tema di serie b, da praticoni. Invece bisognerebbe studiarlo di più".

Quanto alla necessità di riformare il reato di voto di scambio, il magistrato chiarisce  che si tratta di un'esigenza reale, anche se la Cassazione, in questi anni, ha cercato di superare le strettoie dell'articolo 416-ter del codice penale, talvolta con qualche forzatura. "Ci sono anche altre norme che puniscono il voto di scambio, per esempio a livello comunale" -continua Cantone- "ma prevedono una prescrizione così breve che non si fa nemmeno in tempo ad instaurare il processo".

Sempre in prospettiva di riforma, sembra essere rimandata all'infinito l'introduzione del reato di autoriciclaggio. Sul punto, Cantone e Ferrarella sono unanimi: la verità è che un reato del genere finirebbe con il danneggiare gli imprenditori evasori. E quando si toccano certe categorie, gli entusiasmi, di colpo, si spengono. Aggiunge Cantone:"è un pò come accadde ai magistrati napoletani, quando fecero arrestare Giuseppe Setola, il capo dei killer della strage di Castelvolturno. Allora il Ministro dell'interno li subissò di congratulazioni. Quando uscì la notizia che gli stessi magistrati avevano indagato il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, d'un tratto i complimenti cessarono".

In questa panoramica sulla legislazione antimafia, c'è lo spazio per alcune prese di posizione nette. Cantone si dice convinto che i beni confiscati alle mafie debbano essere destinati ad attività produttive e non "a ludoteche o centri per anziani". Spiega:"il giudice spesso è chiamato a compiere valutazioni di carattere imprenditoriale, che non rientrano nella sua attività". Immediato è il richiamo al caso ILVA.
"Il 100%... Anzi, voglio essere ottimista. Il 99% delle imprese che sottraiamo alle mafie sono destinate al fallimento. Per un motivo semplice: noi non possiamo gestirle come le gestiscono loro. Dobbiamo regolarizzare i dipendenti, pagare i contributi e i fornitori. Venuto meno il metodo mafioso, è ovvio che quelle imprese non fanno più utili".
"Sempre in tema di imprese e gestione degli appalti, Molti si sono innamorati delle white list. Potrebbero essere una soluzione al problema?", chiede Ferrarella. Cantone:"Io sono tra quelli. Il punto è capire i criteri con cui si costruiscono, queste white list, perché spesso sono considerate "white", imprese che in realtà sono "black": forse se le liste venissero redatte da persone dotate di una certa competenza professionale, allora davvero potranno essere una soluzione".

"Dobbiamo tornare a pensare il diritto penale come extrema ratio" è la conclusione di Cantone. "Il diritto penale è una cosa troppo seria perché gli si possa assegnare una funzione educativa a cui non credo e che, comunque, in linea di principio non deve avere. E' necessario, specie se si tratta di lotta alle mafie, che si attivino altri settori della società e che il compito non venga demandato alla sola repressione".

Altro da dire non resta, se non che l'incontro di un giurista raffinatissimo e di un giornalista dalla competenza enorme ha dato vita ad una discussione che, per qualità e densità, ha fatto onore all'omaggio che giovedì sera si è voluto rendere ad un insuperato maestro di molti.
Giuste sono le parole di un collega di Grevi, il Professor Renzo Orlandi:"la mancanza di Vittorio Grevi non lascia un grande vuoto, ma un grande pieno".

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