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schifani-renato-bigdi Silvia Cordella - 31 ottobre 2012
Richiesta di archiviazione alle porte. Il fascicolo d’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del presidente del Senato Renato Schifani potrebbe essere ad un passo dall’archiviazione. Ieri il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, l'aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava si sarebbero riuniti per discutere la posizione del presidente di Palazzo Madama rispetto al provvedimento che verrà trasmesso al gip per la decisione finale.

Schifani era stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo sotto un nome di copertura, “Schioperatu”, nell’estate 2010. L’indagine era partita da una relazione della Direzione investigativa Antimafia di Firenze in cui si faceva cenno alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sulle visite dell’allora avvocato amministrativista presso lo stabilimento della Valtras. Un’azienda di trasporti di proprietà di Giuseppe “Pippo” Cosenza (già indiziato per mafia, sottoposto a sequestro e confisca di beni nel ‘92), suo cliente, in cui sarebbe stato presente anche il boss di Brancaccio Filippo Graviano. Colui che insieme al commando di Cosa Nostra partecipò alle stragi del 1993 nel continente.
Spatuzza parlò di “Incontri congiunti” che gli sarebbero stati confermati anche dallo stesso Graviano: “Mi diceva – disse ai magistrati fiorentini che lo ascoltavano - che l’avvocato del Cosenza, che anch’io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale presidente del Senato Renato Schifani”. Puntualizzando: “Preciso che anch’io, avendo in seguito visto Schifani su giornali ed in televisione, l’ho riconosciuto”. Alle accuse di Spatuzza il presidente del Senato aveva risposto denunciando il pentito per diffamazione ma poco tempo dopo veniva nuovamente travolto dalle dichiarazioni di un altro collaboratore, l’ex boss di Ficarazzi Stefano Lo Verso. 
Quest’ultimo, nell’ambito del processo sulla mancata cattura di Provenzano nel quale è imputato il generale Mario Mori, raccontò che Nicola Mandalà, il capomafia che si occupò per un certo periodo di tempo di proteggere la latitanza di Povenzano, gli disse di avere “nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano”. Per il capomafia, a detta dell’ex boss di Ficarazzi, Schifani sarebbe stato un politico a cui fare riferimento in caso di necessità. Insieme a lui il padre, Nino Mandalà, negli anni ’80 aveva condiviso una società di brokeraggio assicurativo Con il deputato del Pdl Enrico La Loggia e Benny D’Agostino, successivamente coinvolto in inchieste giudiziarie per mafia. 
Nel ’95 il Presidente del Senato era stato inoltre consulente comunale del sindaco di Villabate Giuseppe Navetta per un problema di riformulazione urbanistica del piano regolatore. Incarico che, secondo il pentito ed ex presidente del consiglio comunale di Villabate Francesco Campanella, gli sarebbe stato concesso su richiesta sempre di Mandalà Senior tramite l’intercessione di Enrico La Loggia. La giunta Navetta era stata poi sciolta da Ministero per infiltrazioni mafiose legate alle ingerenze proprio da parte di Nino Mandalà, che era anche lo zio del sindaco.
A dare corpo al fascicolo aperto sul presidente di Palazzo Madama era inoltre finita un’intercettazione ambientale fra due imprenditori di Palermo, Giovanni Li Causi e Franco Conti, il primo arrestato per mafia. Li Causi, che gestiva il bar dello stadio Renzo Barbera, aveva parlato degli appalti che un’impresa di pulizie controllata dai fratelli Graviano si aggiudicava pressoché in regime di monopolio. “Perché loro sono appoggiati politicamente – affermava - hanno un appoggio forte, ma forte, forte” e Conti: “Che appoggio?”. “Schifano”, rispondeva lui. Un nome che aveva fatto ritenere potesse essere proprio quello del presidente del Senato. Compito della magistratura è quello di accertarlo. Ciò posto, un dato certo è che almeno per motivi professionali la carriera del noto avvocato civilista si è incentrata nel togliere le castagne dal fuoco a personaggi illustri del mondo criminale di Cosa Nostra. Nel 1983 infatti, a soli 33 anni, Schifani diventava legale di Giovanni Bontate fratello del noto “padrino” Stefano, morto ammazzato nella guerra di mafia che precedette l’ascesa di Totò Riina. Il ruolo del Presidente del Senato non era quello di difenderlo penalmente ma di evitare che i suoi beni venissero sequestrati. Dopo anni di duro lavoro nello studio legale dei La Loggia, Schifani decise così di trasferire la sua esperienza umana e professionale dedicandosi al bene collettivo del Paese. Nel 1996 veniva eletto al Senato nel collegio Palermitano di Altofonte – Corleone. Durante il processo al medico Giovanni Mercadante, accusato di associazione mafiosa e definito dalla Procura quale uomo d’onore riservato del boss Provenzano (Mercadante è stato condannato in primo grado e assolto in appello), l’ex deputato di Fi affermava: “(nel ’95…) Ero passato nelle file di Forza Italia e chiesi ai miei amici, tra i quali Di Miceli, di appoggiare Renato Schifani al Senato e, alle regionali, Dore Misuraca. “. Leoluca Di Miceli è una vecchia conoscenza delle Forze dell’Ordine. Arrestato nel 2002, è stato condannato perché ritenuto il cassiere di Provenzano e qui le obiezioni potrebbero andare oltre le mere richieste della magistratura, ma entriamo in un campo che tocca la sfera delle inopportunità politiche. Le tante, troppe a cui è costretta a piegarsi questa nazione.

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