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ciancimino-lapis-web2di Silvia Cordella - 12 settembre 2012
Cosa c’entrano le stragi del ’92 con gli investimenti di Vito Ciancimino in Romania?
È uno dei punti in cui si concentra l’attenzione dei magistrati dell’ufficio inquirente del capoluogo siciliano rappresentato dai pm Lia Sava e Dario Scaletta, entrambi al lavoro per individuare alcune presunte operazioni di riciclaggio all’estero in cui il figlio di don Vito, Massimo Ciancimino è indagato insieme all’avv. Giorgio Ghiron (deceduto lo scorso anno) per riciclaggio e intestazione fittizia di beni.

L’inchiesta era già approdata lo scorso aprile sul tavolo del Giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini, con una richiesta di archiviazione firmata Sava-Buzzolani che il gip aveva però rigettato, ordinando un supplemento d’indagine per altri 4 mesi, prorogabile nel caso di ulteriori sviluppi.
Secondo Morosini infatti molti sarebbero ancora i punti importanti da chiarire, non solo perché “questo genere di affari molto remunerativo che investe il ciclo dei rifiuti e la sua gestione in Romania, parrebbe il canale di maggiore riciclaggio di denaro riconducibile al cosiddetto tesoro di don Vito Ciancimino”, in parte già sequestrato dall’autorità giudiziaria, ma anche per venire a capo di alcuni significativi spunti investigativi emersi di recente e riguardanti il periodo delle stragi del ’92. Il gip si riferisce alla nota della Dia di Caltanissetta in merito a una lettera ritrovata dagli agenti durante una perquisizione in viale Umbria 54 a Milano negli uffici di Santa Sidoti, collaboratrice di Massimo Ciancimino e moglie di Romano Tronci, in passato già coinvolto nell’inchiesta sul riciclaggio del padre. La donna, intercettata a parlare con Ciancimino fino a qualche mese fa, scriveva: “... L'argomento è sempre la strage Falcone-Borsellino legata alla più grossa azienda ecologica in Romania”. Nella missiva della Sidoti, indirizzata agli ex amministratori del patrimonio dell’ex sindaco di Palermo “dott. Ribolla”, “Prof. Ferro” e poi, per conoscenza, al professor Lapis, si faceva anche riferimento alle vicende di Agenda 21 (società di discariche e centri raccolta in Romania), ai rapporti con la Sirco srl, nonché alle società Alzalea e Ecorec (gestita da Agenda 21). Quest’ultima, con sede a Bucarest, proprietaria della discarica più grande d’Europa. Ma perché la donna collegava le morti dei due giudici con gli affari mafiosi in Romania? Su questo la lista dei testimoni invitati a rendere dichiarazioni in Procura potrebbe riservare nuovi capitoli inediti. Ma anche sulla fitta rete gestionale che ha interessato l’occultamento di una parte del tesoro del vecchio sindaco corleonese in Italia e all’estero, reinvestendolo usufruendo di incentivi europei. Ieri sono stati ascoltati proprio i protagonisti principali del primo procedimento concluso in via definitiva per il riciclaggio del patrimonio di don Vito, suo figlio Massimo e l’ex professore di diritto tributario Gianni Lapis. Il figlio di don Vito, accompagnato dagli avvocati Francesca Russo e Roberto D'Agostino, avrebbe raccontato di essersi limitato a mettere in contatto Lapis, che voleva fare degli investimenti in Romania, con Romano Tronci. Se gli affari fossero andati in porto gli sarebbe spettata una provvigione. Non se ne fece più nulla perché, nel frattempo, le società finirono sotto sequestro. A Lapis, assistito dall'avvocato Basilio Milio, i pm hanno, invece, chiesto se avesse fatto investimenti in Romania epoca successiva al sequestro. Ma la circostanza è stata smentita dal tributarista.
Insomma, la parola d’ordine è “ricominciare ad indagare” e , secondo il giudice, potrebbero essere anche formulate “nuove ipotesi di reato partendo dall’accredito di quasi 20 milioni di euro, effettuato il 13 gennaio 2004, sul conto corrente svizzero ‘Mignon’, da parte del professore Gianni Lapis in favore dell’avvocato Giorgio Ghiron e dello stesso Ciancimino, in concomitanza con la vendita del Gruppo Gas alla società spagnola Gas Natural”. E ora si riparte.

In foto da sinistra: Massimo Ciancimino e Gianni Lapis

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