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micciche-aldo-webArrestato in Venezuela il faccendiere latitante
di Monica Centofante - 25 luglio 2012 - INTERCETTAZIONE AUDIO ALL'INTERNO!
Si sentiva un imprendibile Aldo Micciché, faccendiere, amico del senatore Marcello Dell'Utri e dei potenti boss Piromalli. Da anni rifugiato in Venezuela per sfuggire a  una condanna per bancarotta fraudolenta dispensava consigli e “favori” a uomini d'onore e onorevoli politici e ai rampolli di una delle famiglie più potenti della 'Ndrangheta reggina consigliava di seguire la sua strada: se le cose si mettono male per le troppe indagini della magistratura meglio fuggire all'estero. Lui, li avrebbe accolti nella sua seconda patria. Dove credeva di essere al sicuro.

Ma le sue certezze sono crollate l'altro ieri, quando la polizia venezuelana lo ha arrestato in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare richiesta anni fa dalla Dda di Reggio Calabria nell'ambito dell'inchiesta “Cent'anni di storia”. E ora, non appena sarà concessa l'estradizione in Italia, Miccichè dovrà scontare 11 anni di galera e rispondere alle tante domande che la Giustizia ha in serbo per lui. Prima fra tutte: cosa accadde in Venezuela durante le elezioni politiche del 2008, quando il voto degli italiani residenti nel Paese estero, come si deduce da una serie di conversazioni intercettate dagli inquirenti, veniva pesantemente truccato grazie al suo intervento? E, ancora, perché nello stesso periodo aveva organizzato con successo un appuntamento tra il senatore Dell'Utri (non indagato) e alcuni dei più potenti esponenti della mafia calabrese?

Le conversazioni in questione vengono registrate tra la fine del 2007 e i primi mesi del 2008 durante la campagna elettorale che avrebbe portato alla vittoria il centrodestra.
L'8 marzo 2008 Miccichè chiama Dell'Utri: “Tesoro, bello d'Aldo tuo. Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno, che nel 2006 hanno rappresentato più del 30%”. Il piano consiste nel fare incetta di schede bianche e votarle, un'operazione per la quale “complessivamente mi servono 60.000 euro”. L'amico Marcello è d'accordo: va “benissimo”. E Aldo incalza: “Tu sai la forza della verità nostra! In via molto riservata sarò assistito benevolmente dai miei cardinali e conseguenzialmente dalla mia chiesa cattolica... L'ultima cosa... i nostri cari... amici massoni eccetera, abbiamo superato tutte le varie empasse, ricordati che l'uomo del giorno lì è il nostro presidente dei probiviri, chiaro?”.

Il 9 aprile Aldo Miccichè chiama invece Filippo Fani, dirigente del Pdl, stretto collaboratore di Barbara Contini, ex governatrice di Nassirya. A Fani il faccendiere spiega i metodi che avrebbe usato per far vincere il candidato senatore del Pdl: bruciando a pacchi, con la benzina, le schede elettorali “che sicuramente non sarebbero state nostre”. “Ho messo il tappo della benzina ecc... così si è risolto il problema. Ho le ceneri, se volete le ceneri ve le posso mandare”. A Barbara, continua Miccichè, la notizia va comunicata ma “in via segretissima” perché “viene dai servizi di sicurezza”. Meglio detto: i servizi segreti del paese sudamericano, con i quali il faccendiere era in buoni rapporti. E i risultati si vedono: il Pdl in Venezuela guadagna nel 2008 il 72,69% al Senato e il 65,92 alla Camera, a fronte del 27,8% di Forza Italia del 2006.

Qualche mese prima, il 2 dicembre del 2007, gli investigatori captano una conversazione tra il faccendiere “venezuelano” e Gioacchino Arcidiaco, cugino di Antonio Piromalli, figlio del superboss Giuseppe rinchiuso al 41bis. La cosca è alla ricerca dei giusti agganci per ottenere un alleggerimento del regime di carcere duro per il capocosca e l'immunità per il figlio Antonio attraverso il conferimento di una funzione consolare per conto di un qualsiasi stato estero. “Voglio capire in che termini mi devo proporre” è la richiesta dell'Arcidiaco alla quale Miccichè risponde: “La Piana... la Piana è cosa nostra facci capisciri... il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi, insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto che succede là sopra è successo tramite noi”. E “ricordati che la politica si deve saper fare... ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro ha bisogno di noi...” “Ho avuto l'autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”. Il soggetto a cui si riferiscono i due interlocutori è Marcello Dell'Utri, che riceverà l'Arcidiaco nel suo ufficio in piazza San Babila, a Milano. Un incontro, si legge nelle carte dell'inchiesta “Cent'anni di storia” che andrà per il meglio: il giovane offrirà piena disponibilità “all'uomo politico di organizzare le basi del partito (Circoli) nel territorio di Gioia Tauro ed altri luoghi” mentre Dell'Utri parlerà al Miccichè di Arcidiaco con toni entusiastici: “Un giovane meraviglioso”, “pensa a quante cose possiamo fare...”.

In quello stesso periodo però, la situazione per la cosca si complica: a Giuseppe Piromalli viene rinotificato il 41bis e Gioacchino Arcidiaco chiama l'amico Aldo per chiedergli di contattare “il nostro amico che mi hai mandato tu l'altra volta che siamo stati a riunione”. Il linguaggio in codice non impedisce agli investigatori di capire che il soggetto in questione è Marcello Dell'Utri e il motivo di quel linguaggio criptico è presto detto: “Ieri ci hanno chiamato e ci hanno detto che hanno tappezzato la macchina di mio cugino dell'ira di Dio”. Affermazione che mette in allarme gli inquirenti in ascolto, non meno di quella successiva, pronunciata invece dal Miccichè: “Vi dovete muovere con cautela perché io ho ricevuto una telefonata da Reggio (il luogo in cui si stavano svolgendo le indagini, ndr.) da persone che tu nemmeno ti immagini”.

Le cautele non aiuteranno i boss, che continueranno ad essere intercettati. Il 26 marzo del 2008 si parla ancora di Marcello Dell'Utri, più precisamente di un altro appuntamento fissato dall'Arcidiaco con il senatore nel corso del quale il giovane boss, lo racconta a Miccichè, avrebbe parlato con il politico di un amico di “Totò” (Antonio Piromalli, ndr) “da diversi anni in auge a livello sindacale e compagnia bella che sposta un bacino elettorale di 5.000 – 10.000 voti” a Milano e provincia.
I due interlocutori discutono della possibilità di spostare quei voti “su Marcello”, successivamente si risentono: “Con questo qui di Cinisello” il senatore ha già fissato un incontro.

Su questo e su molto altro Aldo Miccichè sarà interrogato, al suo rientro in Italia, prima dal gip e poi dal pm della Dda reggina Roberto Di Palma che coordina le indagini insieme al procuratore aggiunto Michele Prestipino. Il reato contestato è quello di associazione mafiosa e la vicenda potrebbe avere interessanti risvolti.

In foto: Aldo Miccichè

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