Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

parlamento-pal-montecitorio-bigIl ministro voleva porre un freno agli "ex candidati politici ai vertici della Pubblica amministrazione"
di Aaron Pettinari - 31 maggio 2012
Non si può certo dire che queste siano giornate tranquille alla Camera. Il ddl anticorruzione è in fase di discussione e nei primi giorni sono stati licenziati solo quattro articoli. Sono stati approvati gli articoli 1 e 3. Il primo (passato con 501 sì e 2 no) prevede l’istituzione di un’Autorità nazionale per contrastare il fenomeno nella Pubblica Amministrazione e un Piano per prevenirlo. Il secondo ha come obiettivo la trasparenza delle nomine dei dirigenti della Pubblica amministrazione. Tra l’altro prevede, che al fine di garantire l’esercizio imparziale delle funzioni amministrative e di rafforzare la separazione e la reciproca autonomia fra organi di indirizzo politico e organi amministrativi, le amministrazioni pubbliche e le società partecipate e gli altri enti pubblici comunichino al Dipartimento per la funzione pubblica tutti “i dati utili a rilevare nelle posizioni dirigenziali attribuite a persone individuate discrezionalmente dall’organo di indirizzo politico senza procedure di selezione”. I dati forniti confluiscono nella relazione annuale al Parlamento.

Lo stallo con l'arbitrato
Non è stata invece trovata la “quadra” per l'articolo 2 dove alcuni emendamenti hanno generato dei punti di contrasto tra i partiti.
Se da una parte è stato dato il via libera all'emendamento sulla trasparenza degli appalti (proposto dal deputato del Pd Salvatore Vassallo) che prevede che i dati essenziali di ogni amministrazione pubblica su opere e appalti vengano raccolti in file riepilogativi e rielaborabili 'aperti' ai cittadini, che potranno così accedere alle informazioni a garanzia della trasparenza nella pubblica amministrazione, resta comunque il nodo da sciogliere sul divieto per i magistrati di effettuare gli arbitrato. Il divieto di ricorrere agli arbitrati da parte delle pubbliche amministrazioni nel caso di controversie relative a concessioni ed appalti pubblici di opere, servizi e forniture era stato presentato dal Pd con la motivazione che gli arbitrati costano allo Stato. Alla fine questa è stata fatta propria dall'Idv anche se sarà discusso in Aula quando si arriverà all'articolo 10 del ddl proprio per evitare un nuovo “stallo”. Altro tema caldo, presentato dal governo e contestato sia dalla maggioranza che dall'opposizione è stato quello della cosìddetta norma “Patroni Griffi”. Questa prevede una delega al governo per la disciplina dei casi di non conferibilità e di incompatibilità degli incarichi dirigenziali. Nel testo originale prevede l’impossibilità per un candidato o per un ex parlamentare di ricoprire incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione se non dopo uno stop di tre anni. Inoltre, secondo la prima stesura proposta da Patroni Griffi, tra i criteri ai quali il governo si deve attenere nell'emenazione dei decreti attuativi della legge delega c’è anche quello di “disciplinare i casi di non conferibilità di incarichi dirigenziali ai soggetti estranei alle amministrazioni che, per un periodo non inferiore ai tre anni, antecedente al conferimento, abbiano fatto parte di organi di indirizzo politico, abbiano rivestito incarichi pubblici elettivi o siano stati candidati agli stessi incarichi escludendo in ogni caso il conferimento di incarichi dirigenziali a coloro che presso le medesime amministrazioni abbiano svolto incarichi di indirizzo politico o incarichi pubblici elettivi, nel periodo immediatamente precedente al conferimento dell’incarico, comunque non inferiore a tre anni. I casi di non conferibilità vanno graduati in rapporto alla rilevanza degli incarichi di carattere politico svolti”. Ora ci sarà da capire se e come cambierà la norma dopo che anche lo stesso ministro si è detto predisposto a rivederne alcuni punti. Intanto

Codice etico per i dipendenti pubblici
Patroni Griffi ha incassato l'ok per il varo di un codice etico per i dipendenti pubblici. «Il governo - si legge nel testo - definisce un codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni al fine di assicurare la qualità dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo della cura dell'interesse pubblico». Il codice contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, articolati in relazione alle funzioni attribuite. Sarà approvato con Dpr, verrà pubblicato sulla gazzetta ufficiale e consegnato al dipendente che lo sottoscrive all'atto dell'assunzione. La violazione dei doveri contenuti nel codice «compresi quelli relativi all'attuazione del piano di prevenzione della corruzione, è fonte di responsabilità disciplinare. La violazione dei doveri è altresì rilevante ai fini della responsabilità civile, amministrativa e contabile ogni qual volta le stesse responsabilità siano collegate a violazioni di doveri, obblighi, leggi o regolamenti».

Stop ai regali agli statali
E’ passata invece alla Camera la norma che mette lo stop ai regali agli statali. La Camera ha dato disco verde alla proposta delle commissioni per il divieto per tutti i dipendenti pubblici di chiedere o accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilità, in connessione con l’espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d’uso, purché di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia. Una previsione che va a completare si aggiunge il Codice etico introdotto dal Governo per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, formulato dal ministro.
Ad onor del vero i centristi, con Pierluigi Mantini, avevano chiesto di includere nel divieto di ricevere “doni” per gli amministratori pubblici e di introdurre un tetto massimo di 300 euro ai “regali d’uso”. Il testo tuttavia era passato in commissione solo dopo una riformulazione.

Incandidabilità dei condannati
Altro motivo di scontro è stato dato dalla proposta di modifica, presentata ieri dal ministro per la Funzione Pubblica, sulla possibilità di divieto per i condannati anche in primo grado di ricoprire incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione. La norma prevederebbe che si dia una delega al governo per disciplinare i casi di non conferibilità e di incompatibilità degli incarichi dirigenziali. Tra questi, si fanno i casi dei condannati e di coloro che sono già stati eletti magari parlamentari. Per quanto riguarda i primi, la norma del governo prevede che non possano aspirare a incarichi dirigenziali coloro che sono stati condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per i reati contro la pubblica amministrazione.
Altro emendaento è quello presentato dagli Udc Pierluigi Mantini e Mario Tassone per cui chi è stato condannato con sentenza passata in giudicato anche per reati contro la Pubblica Amministrazione non potrà più essere candidato in Parlamento. Esattamente come avviene per chi è candidato alle elezioni amministrative. In questo modo si applicherebbe anche ai parlamentari la legge 55 del 19 marzo 1990: quella che si applica ai candidati nelle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali. Tale norma prevede che non possano presentarsi alle amministrative tutti coloro che abbiano riportato condanne definitive per reati gravi come mafia, traffico illecito di sostanze stupefacenti, detenzione armi, favoreggiamento. Ma sarebbe escluso dalla competizione elettorale anche chi ha commesso reati contro la Pubblica Amministrazione tipo concussione e corruzione; chi è stato condannato al carcere per più di sei mesi per delitti commessi con abuso di potere o violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio; chi è stato chiamato a scontare una pena non inferiore a due anni per delitto non colposo. La legge numero 55, rivista e corretta nel tempo, stabilisce anche che non potranno partecipare alle elezioni amministrative coloro nei cui confronti sono state applicate misure di prevenzione perché indiziati di appartenere ad un’associazione mafiosa.
Questa proposta di modifica è stata inserita nell'articolo 10 e verrà discussa molto probabilmente la prossima settimana. Una settimana calda perché dovrebbero essere discusse le parti “penali” del ddl anticorruzione. Tra questi anche il tema, sempre caldissimo, delle modifiche al codice penale nella configurazione dei reati di corruzione e concussione con l'arrivo del testo votato in commissione e frutto della mediazione operata dal ministro della Giusitizia Paola Severino.

Ipotesi fiducia
Viste le difficoltà a mettersi d'accordo su norme amministrative è molto probabile che per trovare la sintesi sulla parte penale il governo potrebbe arrivare anche a chiedere la fiducia. Non sull'intero testo ma solo su alcuni articoli. Non sarebbe la prima volta. In questo caso si voterebbero gli articoli di competenza del ministro Filippo Patroni Ggriffi con procedura ordinaria, e poi, una volta arrivati alle norme penali che introducono nuove fattispecie di reato e aumentano le misure di punizione il governo potrà chiedere la fiducia. Intanto oggi, in merito al ddl in fase di discussione è intervenuto anche Don Ciotti, fondatore di Libera, che ha detto: “Contro la corruzione deve essere fatto quelle che l'Europa ci ha chiesto nel 1999. La convenzione di Strasburgo ha posto paletti molto efficaci e quelli vanno ha applicati anche se ci sono resistenze della politica, che deve difendere alcuni meccanismi legislativi”. Di fatto in questi anni, ha osservato Don Ciotti, “sono stati spolpati i reati di falso in bilancio e di abuso in atti d'ufficio, due reati che sono viatico per la mafia”. “Tutti parlano di legalità - ha concluso - ma poi entrano in gioco interessi che impediscono di tradurre in modo concreto l'applicazione della legalità per questo si deve dire basta con questi compremessi. Il Paese ha bisogno di chiarezza e di trasparenza”.

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy