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falcone-giovanni-bigVIDEO ALL'INTERNO!
di Anna Petrozzi - 23 maggio 2012

Quando sabato scorso è esplosa quella bomba vigliacca a Brindisi in tanti abbiamo pensato che stava per ricominciare tutto daccapo: la forte crisi economica, la debolezza strutturale della nostra democrazia, la corruzione e la mediocrità dei partiti, il governo di rimedio e ancora le stragi. Questa volta poi, come in un film dell’orrore montato in flashback, prima i cittadini inermi, i più innocenti tra tutti: i ragazzi, e poi chissà fino a dove, chissà fino a chi. Ancora non sappiamo se e di quanto ci siamo sbagliati, anche se nel cuore di tutti c’è l’amara speranza che si tratti solo di un pazzo isolato e che la storia può, per una volta, non ripetersi.

Ma quelle troppe coincidenze, la scuola intestata a Francesca Morvillo, a cinque giorni dalle commemorazioni per Capaci, la carovana della legalità di Libera in arrivo proprio quel giorno…. Tutto per indurci nella tentazione di credere che il lavoro di questi vent’anni non è servito a niente.
Invece, nella rabbia, nella tristezza, nello sconforto, nella sete di giustizia, anche nella disperazione del senso di impotenza la reazione, in tutto il Paese, è stata unanime. La gente, adulti ma soprattutto ragazzi, è scesa nelle piazze, spontaneamente, istintivamente, non solo spinti dall’orrore di una vita troppo giovane per essere strappata dalla follia di questo mondo, ma perché già consapevole che se non vogliamo ripiombare nel terrore e nel buio di una nuova strategia stragista, l’ennesima da Portella della Ginestra, dipenderà anche da noi: dalla società civile.
Ce l’hanno insegnato loro: Falcone e Borsellino e in tanti sabato si sono ricordati la loro lezione.  In questi giorni fiction, opinionisti, giornalisti, scrittori, nani e ballerine riempiranno ogni spazio informativo possibile dei loro volti, delle loro storie, delle loro vite… ed è anche giusto così. Ma non è solo questo ricordare.
Ricordare è avere il coraggio di prendere il loro testimone. L’hanno fatto quei magistrati che, sulla loro scia, vivono scortati dalla mattina alla sera e non hanno paura di fare quello che hanno fatto loro: applicare il sacro principio della legge uguale per tutti. L’hanno fatto le tantissime associazioni che hanno sparso nel Paese semi di legalità e di giustizia, lo hanno fatto tanti genitori coscienti che anche i loro figli hanno e avranno un ruolo in una società migliore, lo hanno fatto splendidamente i tantissimi insegnanti che, nonostante le enormi difficoltà, hanno educato intere generazioni di ragazzini all’attenzione al prossimo come ingrediente fondamentale per far maturare il senso della collettività, il senso dello Stato.
Questa è stata la lezione più importante per Giovanni Falcone: sentirsi Stato. E nessuno di noi ha più scuse, perché nonostante anche vent’anni fa ci fossero la corruzione, politici indegni ad occupare le istituzioni, mafie e malaffare Falcone, con quei pochissimi che si schierarono con lui, primo Borsellino, si fece Stato.
Giovanni Falcone era il numero uno. Tutto il mondo lo celebra ancora oggi per la sua formidabile capacità intuitiva, per l’abnegazione, per il senso di sacrificio, per la professionalità, la serietà e il coraggio. E’ il riscatto del nostro paesotto di furbacchioni e ominicchi dediti solo all’accumulo di denaro e cemento, di ignoranti e puttanieri, di arraffoni e siliconate.
Giovanni Falcone è, nonostante il degrado imperante del nostro inestimabile patrimonio culturale ed artistico, un faro ancora acceso per le nuove generazioni.
Se fosse rimasto vivo, lui, come Borsellino, vivremmo in un’altra Italia. Lo sapevano benissimo coloro che con la mafia hanno pianificato l’invasione del nostro Paese spartendosi potere e ricchezze e non hanno esitato ad eliminarli per portare a termine il loro progetto.
Lo dimostrano a vent’anni di distanza le nuove indagini. Un depistaggio per non far sapere chi aveva trucidato Borsellino, una sentenza assurda e mille versioni per far perdere lo poche tracce sull’agenda rossa scomparsa e oggi altri indizi anche per Capaci e per il fallito attentato all’Addaura.
L’unica verità accertata è sugli esecutori, i mafiosi tutti all’ergastolo, fatta eccezione per Matteo Messina Denaro, che hanno pagato quell’illusione di onnipotenza con il 41bis, ma che si ostinano a non parlare. Più coerenti e più dignitosi dei tanti uomini di stato (con la s minuscola) che hanno farfugliato stracci di ricordi confusi a menzogne e a improbabili ricostruzioni.
Tanti uomini politici di ieri e di oggi sanno almeno un pezzo di verità sulle stragi del ’92 e del ’93, ma preferiscono tacere e delegare alla magistratura, a quei pochi magistrati che si ostinano a cercare la verità in tutte le direzioni al prezzo della delegittimazione e della sovraesposizione, per poi correre in doppio petto in prima fila a tutte le commemorazioni a beneficio delle telecamere.
Le gente però non vi crede più.
La vera lotta oggi è salvare i giovani dalla rassegnazione.
Ragazzi, è vero che la classe dirigente di questo Paese è un’accozzaglia di falliti che vi sta consegnando un Paese devastato. Hanno fatto di tutto per rendervi innocui: distrutto la scuola, spazzato il senso profondo della cultura, spacciato sesso e droga a buon mercato, reso il lavoro che vi piacerebbe fare un miraggio, ingannato con i giochi di prestigio dell’immagine in movimento… ma non è solo questo il modello di mondo, non è solo questa l’Italia, non è solo questo il nostro Stato.
Lo Stato, l’Italia sono loro: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddi Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina, ma anche il generale dalla Chiesa, Pio La Torre, Pier Santi Mattarella, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Beppe Montana, Peppino Impastato, Pippo Fava… e ne potremo scrivere tanti altri.
Hanno dato la vita perché nella terra d’Italia si diffondesse il loro esempio, perché parti di loro scendessero in ognuno di noi. Leggete le loro storie, studiatele, fatele vostre e cercate coloro che pur con fatica e limiti, ma con grande coraggio, hanno raccolto l’eredità. Guardatevi intorno tra casa vostra e la scuola, sono tanti, magari silenziosi, non sono perfetti, ma li riconoscete perché vanno contro corrente. Così come contro corrente, persino contro l’istinto naturale di sopravvivenza, sono andati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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Falcone: "Importante non è stabilire se uno ha paura, ma imparare a non farsene condizionare"



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