schifani renatoI pm potrebbero chiedere l'archiviazione
di Silvia Cordella e Aaron Pettinari - 24 aprile 2012

L’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del presidente del Senato Renato Schifani sarebbe a un passo dall’archiviazione. E’ quanto riporta oggi il quotidiano la Stampa rivelando che l’identità della seconda carica dello stato era iscritta nel registro degli indagati con un nome fittizio, “Schioperatu” (le prime tre lettere deriverebbero dal cognome Schifani, il resto invece sarebbe preso in prestito dal cognome di una persona indagata in precedenza e poi archiviata), in un fascicolo aperto nel 2003 e poi ancora nel 2010 dalla Procura di Palermo.

La notizia uscita nel settembre 2010, era stata smentita dal procuratore capo Francesco Messineo che aveva categoricamente dichiarato che “il nome del presidente del Senato non è iscritto nel registro indagati di questa procura”. Già allora Schifani aveva replicato con forza: “sono accuse ripetute, infami e false, destituite di qualsiasi fondamento. Affermo la mia totale estraneità ai fatti riportati da certa stampa”.
Ma l'indagine sarebbe andata avanti grazie al lavoro dei sostituti procuratori Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido, coordinati dagli aggiunti Ignazio De Francisci e Antonio Ingroia, ora prossimi a chiudere l’inchiesta.
Alla base delle accuse contro il Senatore, le rivelazioni dei pentiti Francesco Campanella e Gaspare Spatuzza. Il primo, ex presidente del consiglio comunale di Villabate (la cui amministrazione è stata sciolta nel ’99 e nel ‘04 per infiltrazione mafiosa) aveva parlato di profumate parcelle pagate dalla giunta all’allora avvocato Schifani per apportare cambiamenti al piano regolatore secondo il volere del capomafia Nino Mandalà.
Il consulente, all’epoca non ancora parlamentare, era stato nominato dal sindaco Giuseppe Navetta, nipote di Mandalà, in qualità di “esperto del Comune di Villabate per le tematiche e problematiche urbanistiche” in virtù dell’amicizia che avrebbe legato Antonino Mandalà al padre di Enrico La Loggia, Giuseppe, e allo stesso Schifani che lavorava presso lo studio di questi.
Schifani e Mandalà nel ’79 inoltre per un periodo avevano condiviso la società di brokeraggio assicurativo Sicula Brokers di cui faceva parte anche il politico del Pdl Enrico La Loggia insieme a Benny D'Agostino (grande amico del boss Michele Greco), Nino Mandalà, (capomafia di Villabate) e Giuseppe Lombardo, ex presidente e consigliere di una società di recupero crediti la “Satris” della quale erano soci i discussi esattori ed uomini d'onore della "famiglia" di Salemi Nino e Ignazio Salvo.
Alle dichiarazioni di Campanella sul presidente del Senato Renato Schifani si erano sommate tempo dopo quelle dell’ex killer di Brancaccio. Questi aveva raccontato agli inquirenti di visite che Schifani, all’epoca avvocato amministrativista, avrebbe fatto nei capannoni della Valtras, l’azienda di trasporti di proprietà del suo cliente Pippo Cosenza. In quegli stessi capannoni, secondo il pentito, sarebbe stato presente anche il boss stragista Filippo Graviano.
Una vicenda che gli investigatori della Dia avevano sintetizzata in una nota, depositata dalla procura generale nel processo d'Appello in cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Interrogato dai pm di Firenze sugli appoggi politici e imprenditoriali dei Graviano a Milano, il collaboratore di giustizia aveva riferito: “In proposito preciso che Filippo talvolta utilizzava l’azienda Valtras dove lavoravo, come luogo d’incontri. Accanto a questa c’era il capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo di avere visto diverse volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza. Preciso che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata da Filippo a Tolmezzo allorquando commentando questi incontri Graviano (all’epoca non latitante, ndr) mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anche io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale Presidente del Senato. Preciso che anche io avendo in seguito visto Schifani sui giornali e in televisione l’ho riconosciuto come la persona che all’epoca vedevo. Cosenza è persona vicina ai Graviano con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Giovanni Drago”.
Nuove accuse sono state poi riportate, nell'ottobre scorso, dall’ex boss di Ficarazzi Stefano Lo Verso che, testimoniando in aula al processo contro l’ex capo del Ros Mario Mori aveva raccontato: “Nicola Mandalà mi disse che avevamo nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano”.
Infine, agli atti dell'inchiesta sulla seconda carica dello Stato, sarebbe stata inserita anche un'intercettazione ambientale tra gli imprenditori Giovanni Li Causi (ex gestore del bar dello stadio Renzo Barbera , poi arrestato per mafia) e Paolo Francesco Conti. I due parlavano di un appalto per le pulizie al nuovo centro commerciale di Zamparini. Tra le ditte che si erano interessate, vi era anche una (La Ecolife) che, a detta di Li Causi, sarebbe stata vicina alla famiglia dei Graviano e che già a Brancaccio aveva ottenuto una commessa al Forum. «C'è un'impresa a Brancaccio che sta andando dovunque, Catania, Messina... dovunque prendono loro e so che sono portati da loro... - diceva Li Causi - e questi però si stanno presentando alla gara d'appalto (per il centro di Zamparini, ndr)... Ma loro sono appoggiati politicamente forte, ma forte, forte, forte, forte...». Segue un ampio omissis. Poi risponde Conti: «Che ci sono stati discorsi, lo so». Li Causi prosegue sostenendo che «Lillo» era andato via per questo, ma «dall'altro lato» la regola territoriale non era stata rispettata. Insomma, Lupo e Tutino stavano tentando di sconfinare. «Lui ora... lo stesso discorso ... Ora siccome questo politicamente è "annagghiato" buono con...omissis..a leggere la busta e dirgli "falla duemila euro in meno", per vincere la gara di appalto, non ci sta niente... ed è omissis...e io ieri ci sono arrivato, melo sono andato a chiamare. Gli ho detto: "Stiamo attenti, perché...". E oggi si incontravano con il fratello”.
Quell'omissis, secondo quanto riportato da l'Espresso lo scorso 8 dicembre, riguarderebbe un tal “Schifano”. “Loro sono appoggiati politicamente”, spiegava Li Causi, poi abbassando la voce  sussurra al proprio interlocutore: “Hanno un appoggio forte, ma forte, forte”. E alla domanda su chi fosse risponde: “Schifano”. Una chiara assonanza col cognome del presidente del Senato, Renato Schifani. I pm hanno cercato, attraverso i carabinieri, di fugare ogni dubbio sull’identità di questo politico. Qualcuno ha pensato che potesse essere proprio Schifani, ma il nastro non lascia dubbi: Schifano, non Schifani, così le conclusioni negative sono state comunque inserite nel fascicolo.

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