Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Corleonedi Giuseppe Crapisi - 1° aprile 2012
Cosa Nostra ha contribuito a rendere la Sicilia, terra ricca di risorse, una delle regioni tra le più povere d’Italia. Enormi quantità di ricchezza sono state sottratte per esser investite in tutto il mondo. Eppure, grazie alla Legge d’iniziativa popolare n.109 del 1996, voluta dall’associazione Libera, dai beni confiscati alla mafia è partita una vera e propria rivoluzione. Concetto di rivoluzione inteso non solo come sovvertimento di un ordine preesistente ma, come ha detto il filosofo Walter Benjamin, “ritorno all’origine, ripristino del punto di partenza, restaurazione e ricomposizione dell’inizio”. Infatti, oggi i beni che sono stati sottratti alla collettività, frutto di illeciti, ritornano a quei territori.

La zona del Corleonese è vista come esempio concreto del modo in cui la legislazione antimafia ha funzionato e dove la sinergia tra istituzioni e associazionismo ha dato ottimi risultati. Qui la messa in pratica della legge 109/96 è l’esempio più concreto della vera lotta alla mafia. La legge sancisce il principio che i beni immobili confiscati alla mafia devono essere utilizzati a fini sociali e, quindi, o trattenuti dallo Stato o da istituzioni pubbliche o affidati ad associazioni e cooperative. Il fine è quello di ridare ai cittadini ciò che la mafia ha tolto loro.
Ma la cosa straordinaria è che all’interno del Consorzio Sviluppo e Legalità (associazione di otto Comuni della Provincia di Palermo, voluta dalla Prefettura di Palermo, che ha come scopo l’amministrazione comune, per finalità sociali, diretta o mediante la concessione a titolo gratuito, di beni confiscati alla criminalità mafiosa) ci sono tre cooperative che, attraverso la messa in produzione dei terreni che erano dei boss, hanno creato opportunità di lavoro.
Come ha affermato il Presidente della Lega delle Cooperative, Giuliano Poletti: “Qualcosa vorrà dire se tre coop. che danno lavoro a cento persone sono la più grande azienda di Corleone. È il segno che si può cambiare”.
Circa cento ragazzi corleonesi, di San Giuseppe Jato, di Piana degli Albanesi e di altri centri del circondario oggi sono soci lavoratori o lavoratori di una delle cooperative del progetto Libera Terra Mediterraneo.

Ma conosciamo meglio queste tre cooperative. La prima che ha iniziato questo percorso è la Cooperativa “Lavoro e non solo”, che gestisce beni confiscati dal 2000 tra il Corleonese e Canicattì. Oltre ai 155 ettari di terreni agricoli, ha avuto assegnati immobili, tra cui Casa Caponnetto, confiscata ai Grizzaffi, oggi Ostello per i giovani volontari che ogni estate vengono a Corleone da tutta Italia, un laboratorio di legumi ed è anche assegnataria del Laboratorio della Legalità, confiscato alla famiglia Provenzano.

L’altra cooperativa porta il nome di un corleonese, Placido Rizzotto, costituita nel 2001, la prima attraverso bando pubblico. È la cooperativa più rilevante da un punto di vista aziendale: gestisce 200 ettari di terreni tra il Corleonese e il Trapanese. Fiore all’occhiello della cooperativa è la Cantina Centopassi. Il Presidente della “Placido Rizzotto”, Francesco Galante, ci dice: “Proviamo ad essere una buona pratica secondo i regolamenti ispirati da Libera, di economia responsabile fondata su produzioni di qualità e dell'alto valore aggiunto, a tutto vantaggio dei soci delle cooperative sociali e del territorio in generale”.

Mentre l’ultima nata è la “Pio La Torre”, costituita nel 2007, che ci aiuta a capire come il lavoro nei terreni che furono dei boss è vista dai giovani come un’opportunità per il proprio futuro. Infatti, quando Libera fece il bando per selezionare i lavoratori, si presentarono più di 300 giovani. Questo significa che il messaggio è passato, “conviene stare dalla parte dell’antimafia”, perché si ha un lavoro retribuito, si è messi in regola, si esce fuori dalle logiche del precariato, della disoccupazione e si è disposti ad andare a lavorare nei terreni che erano della mafia. Cose impensabili alcuni anni fa. La cooperativa gestisce anche l’Agriturismo Terre di Corleone, in contrada Drago, dove, grazie al Consorzio dalle stalle di Totò Riina, oggi c’è un posto in cui si può mangiare, immersi in un paesaggio stupendo.

In queste aziende si produce grano, uva, olive, legumi, fichi d’india, mandorle, tutti prodotti biologici che vengono trasformati e venduti in tutta Italia. A Corleone da giugno è stata aperta la Bottega della Legalità, in Via Colletti, nella casa che fu dei Provenzano. Anche in questo caso un giovane corleonese ha trovato un lavoro, grazie al progetto di Libera. Insomma, in questa filiera s’innesta un’altra filiera, di un mercato alternativo, che crea ricchezza economica, in cui domanda e offerta non si basano solo sul profitto individuale, ma si incontrano perché si riconoscono in alcuni valori come la tutela dei diritti dei lavoratori, la sostenibilità ambientale e, in questo caso, il contrasto alle mafie.

Oggi, come più volte ho detto, bisogna puntare sul progetto Libera Terra Mediterraneo, società consortile che include le cooperative di Libera Terra e altri operatori, nata per realizzare processi di collaborazione nella direzione e nel coordinamento delle attività. Questa potrebbe sempre di più dare la possibilità ad imprenditori agricoli e imprese locali del settore agroalimentare di uscire dalla crisi del settore, schierandosi contro la mafia. Come creare una linea dei prodotti che non derivi dai terreni confiscati, ma da contadini di Corleone, di San Giuseppe Jato e di altri paesi che dicono no alla mafia e che rispettano le leggi, da quelle sul lavoro a quelle sulla qualità. Gli imprenditori ne guadagnerebbero in termini di vantaggio economico e uscirebbero fuori dalle logiche di sottomissione dell’intermediazione. Libera Terra guadagnerebbe in termini di allargamento del sostegno. Insomma, si potrebbe ingranare la marcia dello sviluppo antimafia allargando il coinvolgimento di quante più persone possibili.
Solo così si renderà l’antimafia vincente, accompagnata certamente dal controllo del territorio e dal cambiamento culturale.
Chiudiamo con le parole di Don Ciotti che, riferendosi a Corleone, dice: "La città è totalmente cambiata… Si avverte la speranza in futuro, che non sia di paura. E questo è segno di un'Italia che c'è. Per forzare l'alba di un nuovo giorno - ha concluso - occorre incoraggiare il cambiamento, che ha bisogno di tutti noi, della nostra responsabilità e di educazione alla responsabilità”.

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy