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aiello-michele-c-S-webdi Silvia Cordella - 27 marzo 2012
Una giustizia a due facce. Una che manda in galera i mafiosi, l’altra troppo permissiva che concede i domiciliari anche quando il problema è da attribuire a comuni intolleranze alimentari. Così, alla notizia della scarcerazione per favismo di Michele Aiello, braccio economico di Bernardo Provenzano condannato definitivamente per associazione mafiosa, dopo la dura reazione del procuratore di Palermo Nino Di Matteo, ora è il Presidente del Tribunale del capoluogo siciliano Vittorio Alcamo a parlare.

Lo fa scrivendo una nota al quotidiano La Repubblica dal titolo “la giustizia è una, ma le Italie sono due”. 
“Faccio parte di un Paese  - afferma il Presidente della Corte che condannò Michele Aiello a 14 anni di carcere in primo grado nel processo ‘Talpe’ nel quale era imputato anche l’ex Presidente della Sicilia Salvatore Cuffaro - in cui i giudici improntano il loro delicato ruolo istituzionale a criteri di sobrietà, serietà e riservatezza e celebrano i valori di Falcone e Borsellino non una volta l'anno con parole vuote ma ogni giorno con il loro lavoro”. “In cui  - sostiene ancora - le sentenze sono rese nel nome del popolo italiano e la legge è uguale per tutti, siano essi poveri cristi o governatori. In cui le pene definitive vanno scontate per intero e con uguali modalità. E in un Paese in cui devo ammetterlo un ex potente governatore regionale (Salvatore Cuffaro) si costituisce in carcere per scontare la sua pena, dimostrando dignità e rispetto per le istituzioni. Eppure oggi – continua il giudice - mi consento uno sconfinamento nell'altra, e ben più popolata, Italia e me ne scuso anticipatamente. Quella dove, purtroppo, accade tutto il contrario e dove un imputato (Michele Aiello) condannato con sentenza passata in giudicato alla pena di 15 anni e sei mesi di reclusione per associazione mafiosa è stato autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza de L'Aquila a scontare la pena in regime di detenzione domiciliare: per intolleranza alimentare alle fave ed ai piselli. Quell'Italia in cui, alla faccia dei detenuti comuni affetti da favismo (e da ben più serie malattie) che scontano anni di carcere, esistono disparità così evidenti da meritare la definizione di ingiustizie. Quell'Italia  - conclude il Presidente del Tribunale - in cui nessuno si indigna più ed in cui si può arrivare a simili offese dell'intelligenza comune e dei diritti degli altri cittadini privi di mezzi”. 
In relazione alla decisione del Tribunale di Sorveglianza anche Nino Di Matteo, uno dei titolari dell’accusa sostenuta  in primo grado contro Aiello, aveva espresso grandi interrogativi.  “Se il motivo della concessione della detenzione domiciliare a Michele Aiello – aveva affermato -  è quello che ho letto sui giornali, e cioè il favismo e l´impossibilità di dare un menù adeguato al detenuto, sinceramente non riesco a comprendere cosa sia avvenuto”. Per il Tribunale cha ha liberato Aiello “il vitto carcerario – infatti -  non ha consentito un´alimentazione adeguata del detenuto, risultando dal diario nutrizionale la presenza costante di alimenti potenzialmente scatenanti una crisi emolitica e assolutamente proibiti” . Per questo il detenuto “non può rimanere in prigione, perché esposto a serio e concreto rischio di vita o a irreversibile peggioramento delle già scadute condizioni fisiche”. Sul punto, ha commentato Di Matteo, “non capisco cosa abbia impedito di cambiare il menù oppure che cosa non abbia consentito un trasferimento in una struttura in cui si potessero curare i suoi problemi di salute”.

Foto tratta dalla rivista "S"

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