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camassa-alessandra-webdi Rino Giacalone - 13 marzo 2012
Il volto severo di Paolo Borsellino che, di colpo, scompare sotto lacrimoni che scorrono sul viso, il pianto di un uomo deluso, sconfortato... “tradito”, come dice lui stesso. L’assoluta dura freddezza del magistrato che svanisce mentre lui, Paolo Borsellino, si distende quasi fosse affaticato, stanco, sul divano del suo ufficio per dire tra quelle lacrime una cosa che immediatamente muore lì, in quella stanza e davanti a due suoi sostituti che erano andati a trovarlo, Alessandra Camassa e Massimo Russo, “un mio amico mi ha tradito”.

Venti anni dopo non c’è un ricordo recuperato nella memoria, “perché – dice Alessandra Camassa, ex pm a Marsala con Borsellino, oggi presidente di sezione al Tribunale di Trapani – dalla memoria non è mai uscito”, ma c’è un ricordo che grazie alle indagini della Procura nissena viene registrato negli atti giudiziari, collocato temporalmente, ricordo che diventa anello di quella indagine che coordinata dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, sta ricostruendo ciò che andava accadendo in Sicilia e in Italia 20 anni addietro, la trattativa mafia-Stato fatta con le bombe. Per Paolo Borsellino l’autobomba collocata in via D’Amelio, il 19 luglio 1992, non fu fatta saltare in aria per vendetta o per colpire un uomo cui lo Stato credeva fermamente e quindi una “vittima” utile a Cosa Nostra per costringere lo Stato a trattare, ma il procuratore Borsellino era diventato un uomo scomodo per quello Stato che parlava con la mafia.

“Quei momenti – dice Alessandra Camassa – quella immagine di Paolo che piange e dice a me e al collega Massimo Russo (oggi assessore regionale alla Sanità in Sicilia, ndr) la scoperta che lui ha fatto di un amico che lo ha tradito, non mi hanno mai abbandonato e la stessa cosa è stata per il collega Russo. Quando è capitato di incontrarci spesso si è finito con il rammentarci in maniera reciproca di quell’episodio per chiederci cosa voleva dirci Paolo, chi era l’amico, cosa era accaduto di tanto grave che l’aveva così stravolto”. Proviamo a ricostruire quella scena. “Parlavamo di lavoro, d’improvviso lui si alzò dalla scrivania dove sedeva, fece un mezzo giro attorno al tavolo per arrivare al divano dell’ufficio, quasi distendendosi, per dirci tra le lacrime della scoperta che lo aveva sconvolto, del tradimento subito da un amico”. Lei e Massimo Russo non chiedete nulla, come mai? “Paolo Borsellino in quello stato non lo avevamo mai visto. Ci guardammo io e Massimo quasi pensando che avevamo trovato Paolo in un momento di sconforto, anche magari per una vicenda personale, non ce la siamo sentita di chiedere qualcosa di più preciso, né lui ha fatto in modo di sollecitarci in tal senso, per noi è rimasto lo sfogo di una persona turbata. Ricordo che parlavamo di cose normali, non straordinarie, certamente non potevano essere state le nostre discussioni a provocargli quel pianto, le lacrime e lo sfogo nascevano da altro”.

Sono trascorsi 20 anni per finire dove ben prima doveva finire registrato, tra le pagine di un atto giudiziario. “È successo ora – risponde la dottoressa Camassa – perché per la prima volta un magistrato ha deciso di sentire i magistrati che lavoravano con Borsellino. Se fossi stata chiamata 20 anni addietro e qualcuno mi avesse chiesto cosa era successo prima e dopo la strage di via D’Amelio, avrei raccontato quello che era accaduto e anche questo episodio che però solo dopo 17 anni ho letto sotto altra lente, potendolo bene mettere a conoscenza del procuratore Lari”. Cioè? “Ripeto – prosegue il giudice Camassa – l’episodio non mi ha mai abbandonato, ma quando all’incirca 17 anni dopo quel fatto ho cominciato a leggere degli scenari possibili dietro la strage, la trattativa Stato-mafia, e che tutto poteva essersi concentrato nel giugno 1992, ecco che quel fatto, che colloco temporalmente in quel mese di giugno 1992, mi ha di più aperto gli occhi”.

Tanta confidenza aveva con Paolo Borsellino, lui però quel nome del “traditore” non lo fece, come mai secondo lei? “Doveva essere un fatto talmente grave che probabilmente lui voleva accertarlo meglio, verificare se era vero, non mi viene da dedurre altro”. L’amico traditore può essere stato davvero il generale comandante dei Ros, Antonio Subranni? Il giudice Camassa allarga le braccia. “Nessun nome ci fu fatto da Borsellino” torna a ripetere. Uno che potrebbe dire qualcosa di più potrebbe essere l’ex maresciallo Carmelo Canale, che di Borsellino fu la sua ombra: sembra che in quel periodo andava dicendo in giro che il procuratore Borsellino doveva rivedere alcune sue amicizie dentro l’Arma, a cominciare da quella con il generale Subranni.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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