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confisca-mafia-webdi Aaron Pettinari - 17 febbraio 2012
Il codice antimafia, entrato in vigore a ottobre con decreto legislativo del Consiglio dei ministri, era stato presentato in pompa magna dall'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano. Doveva essere il “fiore all'occhiello” del Governo, sempre pronto a lodarsi ad ogni operazione compiuta dalle forze dell'ordine ma, almeno per quel che riguarda il sequestro dei beni, il testo presenta più di una falla con nuove regole che, invece che contrastare, rischiano di favorire le cosche.

All'interno del testo infatti sono stati introdotti alcuni vincoli normativi che vanno in questa direzione. Ad esempio vengono applicati alcuni principi garantisti secondo i quali i giudici sono obbligati a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall'avvio del procedimento penale, e nel caso in cui il termine venga superato il bene deve essere restituito a quelli che, generalmente, sono i prestanome dei boss. Un fatto assurdo se si pensa che oggi un procedimento di confisca dura circa dieci anni. Così i magistrati sono costretti ad operare una scelta drammatica: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati.
Ma sono diversi i punti interrogativi che sorgono. In più occasioni il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato ha ricordato come il nuovo Codice abbia lasciato inalterate norme che – scritte nel 1982 – avevano assolutamente bisogno di essere modificate sulla base dei cambiamenti avuti nelle attività delle mafie. Col nuovo Codice infatti non sono state rese segrete le indagini patrimoniali, oggi possibili solo ”a cielo aperto”, con elevatissimo rischio di fuga di notizie che permetterebbe ai prestanome e ai boss di svuotare i conti corrente e far sparire i beni mobili.
Non solo. “Le intercettazioni (strumento fondamentale delle indagini antimafia) possono essere fatte solo su coloro ai quali è stata applicata una misura di prevenzione – ha denunciato qualche tempo fa Scarpinato in un dibatitto pubblico - e non possono essere utilizzate ai fini processuali ma solo per ulteriori indagini. E' diventato quasi impossibile individuare i prestanome e acquisire le prove necessarie a confiscare beni intestati a terzi, perché nei loro confronti  è necessario individuare indizi “precisi, gravi e concordanti” (non basta la sproporzione tra il patrimonio e il reddito dichiarato). Infine non si può intervenire su quelle imprese che non hanno una diretta partecipazione mafiosa pur avendo una posizione di monopolio grazie ai metodi mafiosi”.
“Oggi – ha poi concluso - la chiusura della spesa pubblica e il dominio della finanza hanno indotto le aristocrazie mafiose a scegliere nuovi settori: le energie alternative, l’alta tecnologia sanitaria, la grande distribuzione, lo smaltimento dei rifiuti, i fondi europei. La mafia si è trasferita nei comitati di affari di cui fanno parte esponenti del mondo politico e amministrativo, mentre i quadri militari provvedono all’accumulazione primitiva del capitale attraverso il traffico degli stupefacenti e il racket delle estorsioni. Questi sono i 'soldati' che rischiano mentre i 'generali' operano al sicuro”.
Per non parlare poi delle problematiche incontrate dall'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati che si trova ad occuparsi presto di circa 11 mila casi con uno staff di sole 30 persone e fondi minimi. Un marasma a cui vanno aggiunte le difficoltà di sequestro di quei beni immobili ancora occupati dai mafiosi – agli arresti domiciliari – o dai loro familiari, la presenza di ipoteche o il mancato credito delle banche per mandare avanti quelle aziende confiscate portando alla chiusura dell'attività. Non c'è che dire, davvero un bel codice anti-antimafia.

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