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rifiuti-webdi Lara Borsoi - 15 febbraio 2012
Proprio così. Dal 2002 ad oggi sono stati sequestrati più di 13 milioni e 100 mila tonnellate di rifiuti. Paragonabili ad una strada di 1.123.512 tir lunga più di 7 mila chilometri. Che tramutati in soldi significano 3,3 miliardi nel 2010 e 43 miliardi negli ultimi 10 anni.

Esattamente il 13 febbraio 2002 scattava la prima ordinanza di custodia cautelare relativa al reato di “traffico illecito”, a Spoleto nell’inchiesta denominata Greenland.
Da quel giorno si sono susseguite 1199 ordinanze di custodia cautelare conquistate da 85 diverse procure, 666 aziende coinvolte, 3348 persone coinvolte e 2 milioni di tonnellate di rifiuti illegali pericolosi, sequestrati nel solo 2010.
Numeri da capogiro che sicuramente rappresentano solo una piccola parte di questo mercato nero.

È questa la foto scattata da Legambiente e ampiamente spiegata nel dossier “Rifiuti Spa”.
Il documento dipinge un’Italia, che da Nord a Sud, viene utilizzata come pattumiera. Il primato, purtroppo, tocca al Sud a causa della presenza delle mafie sul territorio. Le regioni più colpite, Sicilia, Puglia, Calabria e Campania.
Proprio in quest’ultima, grazie alla collaborazione dei collaboratori di giustizia sono stati svelati siti di deposito di materiale illegale e molto pericoloso, tanto che il magistrato Donato Ceglie ha definito “una Chernobyl tutta italiana” le province tra Napoli e Caserta.
Ma anche il Nord non è esente da questo fenomeno come dimostrato dall’inchiesta “Fiori d’acciaio”, nel 2011, in cui è stato arrestato il vice presidente del Consiglio Regionale della Lombardia e altre 9 persone, accusati di smaltimento illegale di amianto e di altri rifiuti speciali.
Ancora una volta il crimine la fa da padrone, riuscendo a gestire le tratte, prima solo nel Bel Paese, e poi in tutto il  mondo in particolare Africa, Cina e Asia.

Ma sono innumerevoli i materiali pericolosi che invadono questo mercato, dall’amianto al ferro, dal materiale elettrico ai tessuti, dalla plastica (gomma e pneumatici) a rottami di autoveicoli sino ai pericolosissimi fanghi prodotti dalle industrie e scarti di raffineria.
Spazzatura che viaggia, che diventa piatto ghiotto perché considerata buona merce per fare soldi. E non importa se inquina terra, aria, il cibo che mangiamo, ciò che indossiamo. Ed è così che le varie inchieste dai nomi particolari come la già citata “Fiori d’acciaio”, “Scrap iron”, “Ragnatela ”, “Re Mida”, “Carte False”, portano alla luce la cooperazione tra boss ed imprenditori, funzionari pubblici e politici, avvocati con esperti chimici. Una vera e propria collaborazione tra mala vita e rappresentanti di istituzioni corrotti a discapito della salute dei cittadini e dell’ambiente.
Per cercare di fermare questa bomba innescata lavorano in sintonia tutte le forze dell’ordine, dalla polizia di Stato al Corpo Forestale, dalla Guardia di Finanza alla capitaneria di Porto all’Agenzia delle Dogane e a dar man forte ora la Direzione investigativa antimafia
Uomini che se dotati di adeguati strumenti e norme,  come l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, riescono a raggiungere buoni risultati. L’Italia risulta un paese molto avanzato nell’azione di contrasto in questo genere di reato, ma si deve fare di più.
Non a caso Legambiente ha chiesto la possibilità di autorizzare le intercettazioni con il solo indizio di reato e il prolungamento ad un anno come termine per le indagini preliminari. Per raggiungere successi sempre maggiori è inoltre necessario che tutti i Paesi dell’Ue riconoscano questo tipo di reato e si attivino per fermarlo.
Basta volerlo, ma a volte è proprio questo il dubbio. Lo vogliono?

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