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francese-mario-bigdi Marco Cappella - 26 gennaio 2012
Il giornalista del Giornale di Sicilia, Mario Francese venne ucciso da uomini di Cosa nostra la sera del 26 gennaio 1979 mentre rincasava in viale Campania a Palermo. Il suo può essere considerato come un raro esempio in Sicilia di «giornalismo investigativo». E' stato l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire, scavando negli intrighi della costruzione della diga Garcia, l'evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia corleonese.

A quei tempi era stato anche l'unico a parlare della frattura nella «commissione mafiosa» tra liggiani e «guanti di velluto», l'ala moderata. Il delitto aprì una lunga catena di sangue di Cosa nostra, con delitti «eccellenti» a ripetizione. Infatti in quell'anno vennero uccisi ll segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova. E poi, nel gennaio 1980, il presidente della Regione Piersanti Mattarella.
L'inchiesta sull'omicidio di Mario Francese venne archiviata per essere poi riaperta molti anni dopo su richiesta della famiglia. Il processo, svolto con rito abbreviato, si concluse nell’aprile del 2001 con la condanna a 30 anni di Totò Riina e gli altri componenti della «cupola»: Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Leoluca Bagarella (esecutore materiale) e Giuseppe Calò. Venne assolto invece Giuseppe Madonia, accusato di essere stato, con Leoluca Bagarella, il killer. Con rito abbreviato venne celebrato anche il processo bis dove è stato condannato l'altro imputato Bernardo Provenzano. I giudici nella sentenza di primo grado misero in evidenza che dagli articoli e dal dossier redatti da Mario Francese emerge «una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni. Una strategia eversiva che aveva fatto si legge nelle motivazioni della sentenza - un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano. Nel dicembre 2002 prese il via il processo d'Appello dove venne confermata la sentenza di primo grado. Anche questa volta i giudici sottolinearono le grandi qualità umane e professionali di Mario Francese e dicono in modo netto che «con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti». Alla fine vennero assolti tre boss, Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella «per non avere commesso il fatto», mentre vennero confermati i 30 anni di carcere per Totò Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci,  Francesco Madonia  e Michele Greco. Il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, ricordando il giornalista ha dichiarato: ''Mario Francese ha interpretato il giornalismo nella sua accezione più autentica, quella che racconta i fatti senza remore od omissioni, quella che va oltre le apparenze, che scava per arrivare alla verità. Mario Francese ha fatto tutto questo in Sicilia, in anni difficili, intrisi di omertà e connivenza. Con i suoi articoli e le sue inchieste ha rivelato gli affari di Cosa nostra, i suoi rapporti con la politica e l’economia. È stato un uomo coraggioso che ha speso la sua vita al servizio dell’informazione. Una testimonianza di grande valore per la democrazia perché apre gli occhi all’opinione pubblica, denuncia le collusioni e le contiguità”.

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