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beni-confiscati-bigdi Lucia Castellana - 23 gennaio 2012
Palermo. “È paradossale che un codice nuovo debba essere diagnosticato come un po’ ammalato e al suo capezzale debbano esserci dei medici”, ironizza il professore Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale della facoltà di giurisprudenza di Palermo e direttore del D.E.M.S, dipartimento di studi europei e dell’integrazione internazionale dell’Università di Palermo.

Battuta ironica che trascende amarezza, in linea con le polemiche succedutesi subito dopo l’emanazione del cd. Codice antimafia (d.lgs. 6 settembre 2011 n. 159) sul quale in molti avevano riposto troppe aspettative. Sistematicamente deluse.
Ed è con queste parole che, lo scorso 19 gennaio, si è dato inizio alla manifestazione organizzata in occasione del “non compleanno” di Paolo Borsellino ed intitolata “Con gli occhi di Paolo”: una giornata dedicata a tutte le vittime della mafia e che si è aperta proprio con un incontro sul Nuovo Codice Antimafia e la presentazione dell’Osservatorio Nazionale su confisca, amministrazione e destinazione dei beni e delle aziende tolti alle mafie, istituito dal Dipartimento D.E.M.S dell’università di Palermo in collaborazione con la Fondazione progetto Legalità in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia.
Una nuova struttura che nasce proprio con il precipuo scopo di trovare una soluzione alle problematiche attuali: l’ambizioso proposito è quello di formulare proposte di modifica dell’attuale assetto normativo e di elaborare linee guida in grado di orientare in modo il più possibile omogeneo le prassi locali, sia sul versante giudiziario che su quello amministrativo e dell’animazione sociale.
Come spiega il prof. Costantino Visconti, docente del Dems, “si offre come spazio di analisi e di proposta in un momento in cui v’è molta aspettativa, ma anche altrettanta preoccupazione tra gli operatori per gli effetti sulla prassi del nuovo Codice antimafia, entrato in vigore lo scorso ottobre”.
Preoccupazione che è emersa da tutti gli interventi che si sono susseguiti nel corso della mattinata e che hanno palesato in maniera chiara e forte una concreta volontà di collaborazione nonchè una forte necessità di riforma.
Per un verso,infatti, questo codice ha perseguito l’ambizioso obiettivo di rendere più efficace e funzionale l’intera filiera in cui si snoda l’azione di contrasto all’accumulazione dei patrimoni illeciti e alle infiltrazioni mafiose nell’economia: dai presupposti sostanziali e procedurali del sequestro e della confisca, fino ai contenuti, alle modalità e agli attori sia della gestione che della destinazione e riutilizzazione dei patrimoni colpiti da tali misure. D’altro verso, però, un’insufficiente consapevolezza concreta dei problemi e l’assenza molto spesso di chiare e meditate strategie alla base delle scelte compiute, hanno generato un prodotto normativo che nell’impatto con la prassi rischia di rallentare o, in alcuni casi, finanche di inceppare i procedimenti di prevenzione patrimoniale e di riutilizzazione dei beni acquistati.
L’approccio privilegiato con cui si intende proseguire i lavori sarà quello dell’interdisciplinarietà e della pluriprofessionaltà: un metodo che promuova il confronto tra gli studiosi di diversa estrazione esperti nelle materie interessate (diritto e procedura penale, diritto civile e amministrativo, scienze economico-aziendali e sociologiche) e gli operatori competenti nei vari segmenti della “filiera” (magistrati, forze di polizia, amministratori giudiziari, funzionari dell’agenzia nazionale, enti locali, terzo settore…).
È appunto ricordando le parole di Rosario Livatino sulla riforma della giustizia “come compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica” che Giovanbattista Tona, magistrato e componente della Fondazione, docente esterno del Dems, ha dato inizio ai lavori intervistando sul testo unico antimafia il presidente del tribunale delle misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto, ed il suo omologo di Milano, Giuliana Merola.
Certo, “Milano è diversa da Palermo”, ha osservato Tona, “ma si devono studiare insieme per capire come le prassi si devono unire per analizzare un fenomeno che ha grande capacità di adattamento. Ed è proprio questo quello che l’Osservatorio si prefigge: osservare esperienze concrete. Capire prima di deliberare, consapevoli che il lavoro integrato di tante figure è l’unica formula per il futuro”.
Differenza, del resto, che si è evidenziata già dal tenore delle risposte che si sono succedute: osservando il fenomeno dalla due diverse angolazioni, si comprende la capacità di adattamento della mafia a contesti diametralmente opposti. Ma la discussione si è focalizzata sulle norme contenute nel testo e sui suoi punti di criticità ed è approdata alla medesima conclusione: che una riforma appare necessaria ed indispensabile.
Il primo appunto ha riguardato il contrasto di questa normativa con un’acquisizione fondamentale di tutti i movimenti antimafia: e cioè la consapevolezza che per sconfiggere il sistema mafioso occorre colpirlo sul piano economico, privarlo delle ricchezze e dei suoi possedimenti.
Come osserva Vito Lo Monaco, presidente del centro Pio La Torre, nel prosieguo dei lavori “se l’obiettivo della legge è la vendita e non il riuso, allora questo è stato rispettato. Ma questo va contro le conquiste fatte fin ora e non può far altro che avvantaggiare i mafiosi.”
Del resto, per dirlo con le parole della dottoressa Merola, “l’affermazione di legalità con misure di prevenzione deve arrivare con l’utilizzo sociale dei beni per trovare una tutela dei terzi” .
Un codice estremamente contraddittorio sul punto,dunque, come fa notare anche la dott. Saguto.
Entrando nel merito della disciplina, infatti, sottolinea come “da un lato si sia voluto sancire che la finalità delle misure di prevenzione è il riutilizzo. Poi, di botto, si inserisce una norma per cui questi beni potrebbero addirittura essere venduti prima della procedura. Senza specificare nemmeno come il bene dovrebbe essere venduto”.
Si consideri che costituzionalmente le misure di prevenzione sono considerate legittime proprio perché non si risolvono in una espoliazione tout court del bene, ma prevedono l’accertamento delle responsabilità del soggetto nel tempo, con pronunce giudiziarie. Non è possibile che un soggetto possa essere privato del bene prima di una pronuncia che ne attesti la colpevolezza e la provenienza illecita del bene stesso. Nel momento in cui il bene viene venduto prima, si fa notare da più parti, ci si dimentica di questo principio fondamentale alla base del nostro ordinamento.
borsellino-paolo-web0E non solo questo. Alla base della criticità della vendita, tema che da sempre è stato oggetto di perplessità e dibattiti, vi è la paura che ad acquistare i beni o le imprese siano soggetti collusi col sistema mafioso. “È patrimonio di noi tutti operatori del settore che chi compra un’impresa mafiosa praticamente è un soggetto che non esiste in Sicilia, tralasciando le assegnazioni fatte a Libera o alle cooperative”, continua la dott. Saguto.  “Questa è una criticità che c’era e che non è stata risolta. Così come le norme sull’autoriciclaggio che si attendevano e non sono arrivate.”
Un’altra annotazione riguarda la possibilità di revoca della confisca di un bene, anche se questo è già stato assegnato, e per esempio è diventato una caserma dei carabinieri o la sede di una cooperativa sociale. Mentre prima la confisca era definitiva, con il nuovo testo chi esce assolto da un processo per mafia può chiedere la restituzione di quanto gli è stato tolto dallo Stato. Una questione complicata che vanifica ancora una volta la grande intuizione di Pio La Torre circa la necessità di attaccare le ricchezze della criminalità organizzata. Del resto, non bisogna dimenticare che il processo penale e le misure di prevenzione seguono percorsi diversi, con la conseguenza che un soggetto può anche essere assolto dall’accusa di 416 bis, ma se è inserito in un ambiente mafioso, se controlla decine di società e di immobili pur dichiarando un reddito di poche migliaia di euro, è ovvio che il suo patrimonio sia di origine illecita, a meno che lui non riesca a dimostrare il contrario.
Un eccesso di regolamentazione si ravvisa in tutto il testo che rischia di paralizzare il lavoro e le procedure.
E tutto questo è previsto nei due anni e mezzo massimo: la nuova legge fissa,infatti, un limite al tempo che può trascorrere tra il sequestro e la confisca in 18 mesi, con due possibili proroghe di sei mesi con richiesta motivata del tribunale. Limite troppo breve dal momento che le indagini patrimoniali sono complesse, soprattutto se parte delle ricchezze è nascosta all’estero. Una prima finestra, dunque, aperta alla mafia.
“Questa è la prima assoluta e urgente necessità di modifica perché due anni e mezzo per precedure grosse sono veramente pochi”, si infervora la dott. Saguto, ponendo l’attenzione sul fatto che, scaduto questo termine, non solo decade il sequestro, ma non si può più pronunciare la confisca “col rischio che – conclude- si proceda ad una pronuncia senza una verifica idonea e si abbia una giustizia più sommaria. E questo a tutela di chi?”
Un codice che rappresenta un’occasione persa, dunque.
E della carenza ed inadeguatezza del numero del personale che compone l’Agenzia per i beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata, nonché dei fondi per essa stabiliti si è lamentato il direttore della stessa, Giuseppe Caruso, che ha ribadito durante i lavori quanto sostenuto in audizione alla Commissione parlamentare Antimafia. “L’agenzia ha un organico di 30 unità e per questi sono stati disposti 4,2 milioni di euro che servono per gli stipendi ed il funzionamento delle sedi. Poi è stata data la possibilità, entro il 31 dicembre 2012, di avere altre 70 unità con l’aggiunta di 6 milioni di euro. Ma con questo organico, ha aggiunto, non è possibile affrontare questa “sfida immensa” per gestire tutto il valore dei beni sequestrati.”
Una sfida che si complicherà enormemente con l’entrata in vigore dei regolamenti, quando l’agenzia dovrà amministrare anche i beni confiscati in primo grado. E se fino ad oggi non è riuscito a svolgere il lavoro assegnato, come si potrà far fronte ad un nuovo carico?
Una riforma a costo zero è impossibile, è evidente. Ma proposte a costo zero, certamente no. Ed è proprio con questo spirito propositivo che si sono mossi gli interventi a seguire e che hanno spostato l’attenzione su campi specifici: dalle aziende e la necessità di creare dei piani industriali alla messa in regola dei lavoratori delle aziende; dal lavoro dei sindacati a quello delle associazioni e delle cooperative.
Un contesto ricco e propositivo, dunque, quello nel quale è nato il nuovo Osservatorio. Uno scopo ambizioso quello della proposta di incontro tra prassi e teoria. Tra pensiero, studio e attività legislativa. L’unico modo, del resto, per rendere la legislazione più adeguata alle esigenze della società attuale.

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