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Inchiesta Hydra: magistrati sentono Amico sui legami con Fratelli d’Italia

Un cavo così spesso che i soccorritori non sono riusciti a tagliarlo. Un corpo ritrovato nel bagno accanto alla cella, dove non ci sono telecamere. E una domanda senza risposta: come ha fatto Bernardo Pace, 62 anni, malato terminale di cancro e debilitato dalla chemioterapia, a togliersi la vita in quelle condizioni? Era il 16 marzo 2026, intorno alle 18:30, quando il boss trapanese - da poche settimane collaboratore di giustizia nel processo Hydra sul “Consorzio di mafie” - è stato trovato impiccato nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino.
La Procura torinese, a un mese di distanza, non ha ancora fornito risultati dell’autopsia, neppure provvisori. E le domande si accumulano: perché un uomo che solo poche ore prima aveva parlato con la famiglia, mostrandosi sereno, ha scelto di porre fine ai suoi giorni proprio due giorni prima dell’apertura del maxiprocesso Hydra? Pace non era un pentito qualsiasi. Le sue dichiarazioni, racchiuse in due verbali, erano considerate di grande rilevanza: aveva svelato le visite di Matteo Messina Denaro a Milano e, quando aveva iniziato a parlare dei rapporti con la politica, sul verbale erano calate otto pagine di omissis. La sua decisione di collaborare nasceva dal desiderio di trascorrere gli ultimi anni con i suoi cari, ma la paura di essere ucciso — tanto da rifiutare il cibo — lo aveva accompagnato fino alla fine. Una fine che, per alcuni inquirenti milanesi, ricorda quella di Nino Gioè, il mafioso di Altofonte tra gli esecutori della strage di Capaci, trovato impiccato a Rebibbia tra il 28 e il 29 luglio 1993, poche ore dopo la strage di via Palestro. Anche Gioè aveva chiesto di collaborare, senza che fosse mai emersa traccia di verbali.

Hydra, i Senese e i collegamenti con Fratelli d’Italia

Mentre a Torino il mistero sulla morte di Pace rimane irrisolto, a Milano l’inchiesta Hydra prosegue con un nuovo capitolo: ieri, i magistrati della DDA di Roma, in trasferta a Milano, hanno ascoltato Gioacchino Amico, pentito del clan Senese, alla presenza dei colleghi lombardi. L’oggetto dell’interrogatorio: i possibili legami — ancora da dimostrare — tra il clan della camorra romana, guidato da Michele Senese (detto ’O Pazzo), e Fratelli d’Italia, in particolare l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (non indagato). I pm capitolini, tra cui Francesco Cascini e Maria Cristina Palaia, hanno acquisito una ventina di pagine dei verbali di Amico — in gran parte omissati — trasmessi dalla Procura di Milano. La mossa è arrivata dopo le audizioni della Commissione antimafia, che la scorsa settimana ha sentito il procuratore Marcello Viola e i magistrati che indagano su Hydra. Durante la seduta, la presidente Chiara Colosimo aveva chiesto se ci fossero punti di contatto tra l’inchiesta e la vicenda della “Bisteccheria d’Italia”, il ristorante in cui Delmastro e altri politici piemontesi (tutti non indagati) erano soci di Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, prestanome dei Senese. La risposta dei pm era stata secretata. Amico, già tesserato di Fratelli d’Italia e in possesso di un selfie con Giorgia Meloni del 2019, secondo Report sarebbe riuscito ad accedere liberamente in Parlamento. Nel 2020, a due passi da Montecitorio, aveva incontrato due parlamentari del partito, Paola Frassinetti e Carmela Bucalo, come emerge dalle carte di Hydra. Nelle intercettazioni, si vantava di contatti con altri esponenti politici, tra cui il sottosegretario Nicola Molteni (Lega), Giorgio Mulè (FI), e gli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano. Tutti hanno sempre negato di conoscerlo.

I due volti dell’indagine romana: droga e riciclaggio

L’indagine della Procura di Roma sui Senese si regge su due pilastri. Il primo è criminale: traffico di droga, piazze di spaccio e infiltrazioni nel tifo organizzato, con un focus sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli (“Diabolik”), ex capo ultras della Lazio. Il secondo è finanziario: una rete di riciclaggio nel mercato “legale”, con una fitta trama di ristoranti. Tra questi, la Bisteccheria d’Italia, dove Miriam e Mauro Caroccia sono indagati per intestazione fittizia e riciclaggio con l’aggravante mafiosa. Il fascicolo, assegnato al pm Lorenzo Del Giudice, potrebbe accogliere eventuali dichiarazioni di Amico. 

Fonte: il Fatto Quotidiano

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