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Il criminologo forense Federico Carbone ha affermato che esistono ancora testimoni potenzialmente in grado di far luce sulla Falange Armata, la sigla che ha rivendicato alcuni dei crimini più oscuri della storia repubblicana.
Secondo il consulente investigativo - nella trasmissione Confidential di Fanpage assieme a Stefano Mormile - ci sono persone vive che potrebbero parlare. “Molte ancora operative addirittura, soprattutto per quanto riguarda la parte femminile negli apparati di sicurezza e altri sono ormai, insomma, all’estero, alcuni si sono rifugiati ad Hammamet, ad esempio”. Queste figure, ha precisato Carbone, “potrebbero essere soggetti a conoscenza di tanti fatti e che se dovessero finalmente parlare ci potrebbero aiutare a ricostruire il puzzle”.
Federico Carbone ha descritto la Falange Armata come un’operazione complessa di destabilizzazione del Paese. “Rappresenta quello che è stato il tentativo di destabilizzazione del nostro paese orchestrato da tre diverse entità: una che ha garantito l’impunità, l’altra che ha messo i muscoli, le organizzazioni criminali, e quello che ha tirato le file e che ha organizzato il tutto”. “È un modello complessissimo”, ha aggiunto il criminologo, sottolineando come il terrore diffuso non fosse soltanto mafioso, ma di matrice statale. “Il terrore della falange armata si esprime anche attraverso altre azioni”, azioni visibili, “perché il fine è lasciare una traccia, una firma che è quella di terrorizzare. Quindi in quegli anni il terrore doveva essere diffuso di Stato. Un terrore di Stato”. Tra il 1990 e il 2014, la sigla ha diffuso telefonate, minacce e oltre 1000 comunicati per rivendicare omicidi e attentati tra i più eclatanti: dall’omicidio di Umberto Mormile ai delitti della Uno Bianca, dalle stragi di Capaci e via d’Amelio fino a quella di via Palestro.
Stefano Mormile, fratello dell’educatore carcerario ucciso l’11 aprile 1990, ha sintetizzato con durezza la percezione diffusa: “In questo paese è vietato sapere la verità”. Il fratello di Umberto Mormile ha poi ricostruito come gli apparati dello Stato avessero libero accesso alle carceri, violando le norme. “Entravano senza essere registrati, come impone la legge e senza autorizzazione alcuna da parte del magistrato di sorveglianza. Entravano i servizi segreti, si appartavano a parlare con Domenico Papalia, detenuto appunto in regime speciale e ma non solo. Una volta che uscivano e facevano questi colloqui riservati, riservatissimi, Domenico Papalia stranamente otteneva anche dei benefici carcerari, tipicamente dei permessi premi”. “Le carceri sono da sempre terreno di conquista degli apparati dello Stato che possono entrare tranquillamente dentro il carcere, entrano, fanno accordi vietati”, ha proseguito.

La forza ricattatoria superiore alla mafia

Secondo Stefano Mormile, la Falange Armata ha dimostrato una capacità di azione che andava oltre le singole organizzazioni criminali. “La Falange Armata rispetto alla mafia, rispetto alle criminalità organizzate. La Falange Armata ha una forza talmente dirompente che da un certo punto in poi si avvale dei servigi. Si avvale dei servigi organizzata tutta, mafia, ‘Ndrangheta, camorra, ma anche delle organizzazioni terroristiche. La Falange Armata utilizza Ludwig, quindi la destra, la destra eversiva, utilizza gli anarco-insurrezionalisti in molte azioni e questo la dice lunga sulla forza di ricatto”. “Probabilmente anche la Uno Bianca che merita un capitolo a parte”, ha osservato, confermando la vastità dell’operazione.

“Chiudi quella maledetta bocca”: la minaccia che ha stoppato Riina

Uno dei comunicati più inquietanti, secondo Carbone, rivela le proporzioni dell’operazione: ‘Chiudi quella maledetta bocca, ricorda che i tuoi familiari sono liberi, per il resto ci pensiamo noi’ recitava il comunicato indirizzato a Salvatore Riina nel 2014, quando aveva paventato l’idea di voler ‘parlare’ con i magistrati. “Purtroppo la figura di Riina è stata in qualche modo sopravvalutata. Quello che comunque ha compiuto gli è stato favorito e anche concesso; e forse la strage di Capaci rappresenta in maniera plastica questa convergenza di interessi, soprattutto nella esecuzione della strage. Quando andiamo a vedere proprio le modalità e gli attori che si troveranno su quella scena delle donne e le donne ci portano subito a riflettere e a considerare un elemento. Le donne non possono aver operato per conto di Cosa Nostra. Le donne potevano provenire soltanto dai servizi, da apparati interni alle istituzioni e questo chiaramente è l’elemento da cui partire”.

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