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Il volto di Report sulle querele: “Ho 240 procedimenti giudiziari. Berlusconi, a confronto, sembra un dilettante”

C’è questo attacco ai giornalisti, questo attacco alla magistratura, che ha un’unica natura: esportare un concetto di esecutivo più forte, privo di elementi di disturbo, né magistrati né giornalisti rompiscatole”. A dirlo ai microfoni di Repubblica è Sigfrido Ranucci, giornalista investigativo, volto noto di Rai 3 e conduttore di “Report”. Lo ha fatto soffermandosi sull’attacco sistematico che la politica porta avanti nei confronti della magistratura, interpretandolo non solo come un tentativo di rafforzare il controllo dell’Esecutivo, ma anche come un modo per eliminare possibili minacce provenienti dalle cosiddette voci critiche. 

Le riforme della giustizia, infatti, si inseriscono in un contesto più ampio che ormai supera i confini italiani e punta a controllare sempre di più l’informazione, costringendo spesso i giornalisti che vogliono fare il proprio lavoro a “camminare ai bordi dell’inferno”. 

Non è un caso che proprio Ranucci, evidentemente abituato a muoversi su questi terreni, abbia - come lui stesso ha precisato - “quasi 240 procedimenti giudiziari tra penali, civili e mediazioni”, senza averne mai perso uno. Lo racconta con un sorriso, trasformando quello che è a tutti gli effetti un record drammatico in un dato da affrontare con ironia. “Mi viene da ridere perché, parlando di giustizia, c’era Silvio Berlusconi che si riteneva un perseguitato per l’ottantina di procedimenti che citava in ogni occasione. In realtà, facendo un fact-checking, sono circa 30: diciamo che, da questo punto di vista, è un dilettante rispetto a me”.

Tornando all’attacco nei confronti della magistratura, Ranucci - che recentemente è tornato in libreria con “Il ritorno della casta. Assalto alla giustizia” (ed. Bompiani), il suo ultimo libro, in cui affronta non solo il tema della tenuta della giustizia ma anche lo stato di salute della democrazia italiana - ha precisato che l’accanimento contro le toghe affonda le radici negli anni di “Tangentopoli”, quando l’azione giudiziaria smantellò un sistema politico-imprenditoriale corrotto. “Un sistema imprenditoriale corruttivo, per cui i partiti vivevano grazie ai finanziamenti illeciti degli imprenditori, mentre l’imprenditoria viveva grazie alle leggi e agli appalti concessi dalla politica”. Parliamo di un periodo in cui proprio Silvio Berlusconi cercò fin da subito di nominare il suo avvocato, Cesare Previti, ministro della Giustizia - nomina poi bloccata dal Presidente della Repubblica. Il rischio era infatti quello di avere un ministro percepito come non indipendente, in un contesto che già anticipava le future inchieste giudiziarie a carico dello stesso Berlusconi.

Resta comunque il fatto che, negli anni successivi, il centrodestra ha continuato a sostenere la separazione delle carriere, un’idea già presente nel piano della loggia P2 e considerata anche un “pallino” di Previti. “Quando la magistratura ha scoperto questo sistema malato, che ha avvelenato il nostro Paese, la politica - ha precisato Ranucci - non l’ha presa tanto bene”.

Probabilmente è anche per questo che i veri problemi della giustizia in Italia, nel migliore dei casi, passano in secondo piano; nel peggiore, non vengono nemmeno presi in considerazione.

Una vera riforma della giustizia dovrebbe infatti partire dagli organici. L’Italia - come ha ricordato il giornalista - ha il 20 per cento in meno di personale negli uffici giudiziari e il 12 per cento in meno di magistrati rispetto ad altri Paesi europei, con carichi di lavoro enormi.

Basti pensare a Napoli, con 57mila processi pendenti per 59 giudici, contro Milano, dove sono circa 8mila per 150 giudici: un divario evidente.

Già adesso i costi della giustizia civile impediscono a molti cittadini di avviare procedimenti che potrebbero far riconoscere i loro diritti. C’è quindi una grande discriminazione, che non è quella della famiglia nel bosco o quella di Tarlasco - ha precisato -: la prima vera discriminazione è che un numero significativo di cittadini, per ragioni economiche, non può permettersi di intraprendere un procedimento civile”. E ancora: “Quando sento dire che queste riforme vengono fatte per i cittadini, mi vengono dei dubbi. Se si volesse davvero intervenire nell’interesse dei cittadini - ha aggiunto Ranucci - si inizierebbe, per esempio, dalla velocizzazione della giustizia, cioè dalla possibilità di arrivare a sentenze in tempi certi, come ci chiede l’Europa”. Ranucci ha poi criticato anche il sorteggio per la selezione dei membri togati del CSM: una mortificazione del concetto di merito, un’immagine certamente non edificante. Insomma,  “mettere il Presidente della Repubblica a capo di un organismo scelto col gratta e vinci è un’immagine non edificante di un Paese”. 

Guarda l'intervista: clicca qui! 

Foto © Paolo Bassani 

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