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Il timore: priorità investigative su reati come gli stupefacenti a scapito delle inchieste sui rapporti mafia-politica

 Il sì sarebbe un disastro: aprirebbe la strada a un controllo politico della magistratura”. A dirlo è Alfredo Morvillo, già magistrato e coordinatore del comitato per il No al referendum di Palermo, che ai microfoni di Repubblica ha commentato quello che - a suo avviso - rappresenterebbe una svolta pericolosa negli equilibri istituzionali del Paese. In questo senso, la riforma della giustizia promossa dal ministro della giustizia, Carlo Nordio, per Morvillo rappresenta “un attacco alla democrazia”.

Il rischio è quello di trovarsi di fronte a una progressiva e inesorabile concentrazione del potere. “Alla politica manca solo il controllo della magistratura. Se lo ottenesse, controllerebbe tutto”, ha sottolineato il fratello di Francesca Morvillo, moglie del giudice Giovanni Falcone. Dunque, poco dovrebbe meravigliare se Morvillo ha anche ribadito quelle che sono chiaramente le radici di questa stagione, che si trascina ormai da tempo. “Nasce da lontano”, ha osservato l’ex magistrato, precisando anche che questa stessa stagione avrebbe “diffuso un sentimento di ostilità verso i giudici, alimentato dalla politica”. E aggiunge: “Il nostro lavoro scontenta sempre qualcuno. Ma sfruttare questo meccanismo è una scelta vigliacca”. Insomma, per il magistrato, mettere in discussione l’indipendenza dei giudici significa insinuare che oggi non siano autonomi, “e questo è gravissimo”.

Un altro aspetto che Morvillo ha voluto ribadire è l’idea che la riforma possa in qualche modo rafforzare l’equilibrio tra accusa e difesa. Nulla di più “ingannevole”. Si tratta, infatti, di un “messaggio che prende in giro i cittadini”. Anche sul piano pratico le modifiche non produrrebbero cambiamenti immediati nell’amministrazione della giustizia. “Se passa la riforma non cambia nulla”. Ma ciò che davvero accadrebbe sarebbe “la costruzione di consenso contro i giudici in vista delle elezioni”, funzionale soltanto a un disegno più ampio di delegittimazione della magistratura.

Il primo passaggio di questo percorso, per Morvillo, sarebbe il controllo del Consiglio superiore della magistratura. “Se c’è un problema nel funzionamento del Csm, si cambiano le regole interne, non si mette mano alla Costituzione”. Il secondo passaggio, ancora più delicato, riguarderebbe la figura del pubblico ministero. “Togliere il pm dal sistema della giurisdizione, rendendolo appannaggio dell’esecutivo”, avverte l’ex magistrato, comporterebbe il rischio che l’azione penale venga orientata politicamente. “Un pm esposto all’esecutivo rischia di ricevere indirizzi su cosa indagare e cosa no”. Un esempio? Verrebbero date priorità investigative ad attività che riguardano gli stupefacenti, a scapito di “rapporti tra mafia e politica”. E in territori come quelli siciliani, questo aspetto assumerebbe un significato ancora più concreto. In Sicilia - ha osservato Morvillo - i legami tra criminalità organizzata e potere non sono un’astrazione. E per rafforzare la sua posizione richiama l’esperienza di Giovanni Falcone, suo cognato. “Falcone lo ha scritto chiaramente: l’autonomia del pm non va intaccata”, ricorda Alfredo Morvillo, liquidando come “una sciocchezza colossale” la tesi di chi sostiene che la riforma renderebbe i giudici finalmente terzi e imparziali. 

Foto © Imagoeconomica 

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