La sostituta procuratrice Annamaria Frustaci (in foto), segretaria di Unità per la Costituzione e da dieci anni impegnata nelle inchieste sui collegamenti tra ‘Ndrangheta, politica e mondo imprenditoriale in Calabria – prima a Reggio Calabria e attualmente presso la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, con focus particolare sul territorio di Vibo Valentia, area ad alta permeabilità mafiosa –, ha scelto di intervenire apertamente nel dibattito referendario. In un’intervista concessa a “Il Domani”, la pm spiega con nettezza le motivazioni che la spingono a sostenere il “No” alla riforma promossa dal ministro Nordio.
“È un momento cruciale – ha spiegato – ed è fondamentale dare voce alle ragioni del No. Noi magistrati normalmente evitiamo esposizioni mediatiche, ma questa riforma ha implicazioni profonde che meritano di essere spiegate con chiarezza”. Per la magistrata, la questione va ben oltre la tutela di una singola categoria professionale: in ballo c’è la solidità stessa del sistema democratico. “L’indipendenza della magistratura non è un privilegio delle toghe. È una garanzia per i cittadini. Senza autonomia e serenità di giudizio, il diritto di essere giudicati in modo imparziale si indebolisce”. Tra gli aspetti più allarmanti spicca il trasferimento delle funzioni disciplinari dal Consiglio superiore della magistratura a un nuovo soggetto, l’Alta corte disciplinare. “Questa modifica – sottolinea – tocca il cuore dell’autonomia della magistratura. Parliamo di un organo che presenta le caratteristiche di un tribunale speciale. Una recente pronuncia della Cedu del 5 febbraio è già intervenuta su un organismo analogo, condannando la Polonia. Non possiamo ignorare quei precedenti”.
La pm aggiunge un ulteriore profilo di criticità: “Le decisioni dell’Alta corte non sarebbero impugnabili in Cassazione. Questo significa togliere ai magistrati un diritto riconosciuto a tutti i cittadini. È un elemento serio di possibile incostituzionalità”. Inoltre, secondo quanto previsto, la legge ordinaria garantirebbe nell’Alta corte soltanto la “rappresentatività” dei magistrati, lasciando spazio al timore che la componente politica finisca per prevalere. “Non si può chiedere ai cittadini di votare una riforma che nasce con dubbi così evidenti”. Frustaci concentra l’attenzione sugli impatti pratici che la riforma potrebbe avere sull’azione investigativa. Definendola “un salto nel buio”, delinea due scenari principali: da un lato, il pubblico ministero potrebbe finire subordinato all’esecutivo; dall’altro – eventualità da lei ritenuta più concreta –, perderebbe il coordinamento delle indagini svolte dalla polizia giudiziaria. In entrambi i casi, le conseguenze sarebbero gravi: “Nel primo caso il pm diventerebbe un accusatore puro. Nel secondo, un passacarte della polizia giudiziaria, che risponderebbe ai vertici ministeriali. In entrambi i casi, le indagini finirebbero sotto il controllo del governo”. Pur riconoscendo le smentite del governo in carica, la pm richiama le dichiarazioni pubbliche di alcuni suoi esponenti e il ripetuto riferimento al modello anglosassone, dove le indagini sono gestite direttamente dalle forze di polizia. “Il sistema italiano è stato assunto a modello persino dalla Procura europea, proprio per le sue garanzie di indipendenza”.
Al contrario, l’Italia rischierebbe di smantellare proprio quelle tutele: “Avremo una giustizia ‘politicizzata’ e nelle mani di un accusatore puro. Invece, oggi, il pm si muove a tutto tondo: finite le indagini chiede l’archiviazione se ci sono i presupposti e, nel processo, chiede l’assoluzione se emergono elementi a favore dell’imputato. Il paradosso è che la procura europea istituita nel 2017 ha preso a modello il sistema italiano con le sue garanzie di indipendenza. L’Italia invece vuole demolirlo”. Particolare preoccupazione suscita l’effetto sulle inchieste riguardanti la cosiddetta “zona grigia”, ovvero professionisti, imprenditori e soggetti istituzionali coinvolti a vario titolo, spesso per concorso esterno in associazione mafiosa. “I rischi maggiori a mio avviso riguardano le indagini sulla cosiddetta zona grigia. Le mafie crescono e prosperano dove trovano un contributo esterno che le rafforzi e che talvolta proviene anche da settori istituzionali. Ritengo che la riforma inciderà su indagini delicate a carico di figure particolarmente vicine alle maggioranze politiche di turno”. Si tratta, precisa la magistrata, di “un dato tecnico, non un allarme lanciato a caso”. A sostegno di questa valutazione, richiama la situazione calabrese: “Dal 1991 a oggi ci sono stati 130 scioglimenti di enti pubblici e comuni per infiltrazioni mafiose. È un dato che fotografa una realtà strutturale”. Di conseguenza, “bisogna rendersi conto che le indagini a carico dei colletti bianchi in futuro saranno depotenziate, se i magistrati non godranno di piena autonomia e indipendenza”. La pm denuncia infine un contesto di continua delegittimazione: “Mi domando se in un Paese in cui esistono organizzazioni criminali radicate sia ragionevole sottoporre la magistratura ad attacchi continui, proprio mentre porta avanti indagini delicatissime”. Sul piano delle politiche di contrasto, pone una domanda netta: “Cosa è stato fatto per potenziare il contrasto alle mafie, anche sotto il profilo economico? Le organizzazioni criminali oggi utilizzano criptovalute e sistemi finanziari opachi. Il contrasto dovrebbe essere rafforzato, non indebolito”.
Fonte: il Domani
Foto © Imagoeconomica
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