Prima della legge Nordio, per arrestare o mettere misure pesanti (tipo interdizione dal lavoro pubblico) a una persona indagata, il giudice (GIP) spesso decideva senza averla sentita prima.
Con la riforma (voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio) hanno aggiunto un passaggio in più: prima di decidere se mettere la misura cautelare (arresti domiciliari, interdizione, ecc.), il giudice delle indagini preliminari deve fare un interrogatorio preventivo, cioè ascoltare la versione dell'indagato.
Ma prima di questo interrogatorio il pm deve dare tutti gli atti e le prove all'indagato e al suo avvocato (una specie di "scoperta totale" delle carte dell'accusa).
Già di per sé questo complica non di poco la situazione in quanto un indagato (ad esempio per corruzione) una volta letti gli atti potrà tranquillamente mettersi in contatto con i suoi sodali per inquinare le prove o darsi direttamente alla macchia. Tuttavia la Cassazione, come ha riportato il Fatto Quotidiano, ha stretto il cappio con una sentenza del 16 gennaio, la 6185, emessa dai giudici della sesta sezione penale, presidente Gaetano de Amicis, consigliere istruttore Riccardo Amoroso, depositata il 16 febbraio: la regola “vale non solo per gli atti di indagine già depositati dal pm insieme alla richiesta cautelare, ma anche per quelli sopravvenuti rispetto al momento in cui si è tenuto l’interrogatorio preliminare”.
In sostanza cosa dice?
Che se dopo aver fatto questo primo interrogatorio, il pm trova o deposita nuove prove (ad esempio sente un altro indagato che dice cose peggiori), non basta più il primo interrogatorio. Ne dovrà fare altri: il gip deve rifare da capo un nuovo interrogatorio preventivo, dando prima all'indagato anche le nuove prove.
E se non lo fa la misura cautelare è nulla (non vale niente). In teoria quindi ogni volta che esce un nuovo elemento nelle indagini si dovrà fare un nuovo interrogatorio preventivo. Questo vuol dire un allungamento a dismisura dei tempi delle indagini e la creazione di un intoppo burocratico non risolvibile. E si tratta di una regola tassativa che “non ammette deroghe o limitazioni subordinate” rispetto alla “rilevanza probatoria dei singoli atti di indagine” in rapporto alla richiesta cautelare”. Perché quello che è “superfluo” per chiedere l’arresto può non esserlo “per l’esercizio del diritto di difesa”.
Fonte: il Fatto Quotidiano
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