La riforma prevede l’istituzione di questo nuovo organo, l’Alta Corte, destinato a rilevare le competenze disciplinari oggi esercitate dal Consiglio superiore della magistratura in primo grado e dalle Sezioni Unite civili della Cassazione per i ricorsi. In questo modo, i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati passerebbero a un tribunale composto in parte significativa da membri esterni alla magistratura, selezionati con meccanismi che coinvolgono direttamente la politica. Il dettaglio decisivo si trova nell’ultimo comma del nuovo articolo 105 della Costituzione introdotto dalla riforma. Il testo stabilisce che “la legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte e assicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio”.
Proprio sulla formazione di questi collegi si concentra la critica principale. La riforma non stabilisce una composizione fissa, rimandando la scelta a una legge ordinaria approvata a maggioranza semplice. In questo modo, secondo Patarnello, si supera il principio costituzionale che regolava il rapporto tra laici e togati all’interno del Csm, limitandosi a garantire una generica presenza di entrambi senza indicare percentuali vincolanti. Come riportato dal ‘Fatto Quotidiano’ Marco Patarnello, sostituto procuratore generale della Cassazione e membro del comitato centrale dell’Associazione nazionale magistrati, spiega che questa norma delega al legislatore ordinario – quindi a una maggioranza parlamentare – non solo la definizione degli illeciti e delle sanzioni, ma anche le regole operative dell’Alta Corte, inclusa la composizione dei collegi giudicanti. La Costituzione non fissa alcuna proporzione obbligatoria tra componenti togati e laici, limitandosi a richiedere la presenza di almeno un magistrato giudicante e un pubblico ministero.
L’Alta Corte disciplinare conterà complessivamente 15 membri: 9 togati (sorteggiati tra magistrati ed ex magistrati della Cassazione) e 6 laici, di cui 3 nominati dal Presidente della Repubblica e 3 estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento con le stesse modalità previste per i consiglieri laici del Csm. Poiché le decisioni dell’Alta Corte potranno essere impugnate solo davanti alla stessa Alta Corte (e non in Cassazione come avviene per gli altri procedimenti giurisdizionali), non tutti i 15 componenti parteciperanno necessariamente a ogni caso. Saranno necessari almeno due diversi collegi: uno per il giudizio di primo grado e uno per quello di appello. In caso di approvazione del Sì al referendum del 22 e 23 marzo, una maggioranza politica potrebbe quindi definire collegi con una netta prevalenza di componenti laici. Patarnello avverte che sarebbe possibile istituire formazioni con due laici e due togati, dove la maggioranza verrebbe determinata interamente dai membri esterni alla magistratura: in caso di parità, infatti, prevale il voto del presidente, che sarà sempre un laico.
Il meccanismo ricorda quanto già previsto per l’elezione dei componenti politici nei futuri Csm: la legge ordinaria potrà decidere in un secondo momento l’effettiva ampiezza dell’elenco da cui estrarre i nomi, potenzialmente limitandolo a una rosa ristretta indicata dalla maggioranza parlamentare. In teoria, i 23 consiglieri complessivi (20 per i due Csm e 3 per l’Alta Corte) potrebbero essere sorteggiati da una lista di appena 23 nominativi scelti dai partiti di governo. Patarnello sottolinea inoltre che la stessa legge ordinaria potrà ridefinire gli illeciti disciplinari. Non è escluso, avverte, che venga introdotto un nuovo illecito volto a limitare il diritto di espressione dei magistrati sul referendum o su temi affini.
Fonte: il Fatto Quotidiano
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