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Transparency certifica il calo: 53 punti. Busia (Anac) parla di “lento declino”. Giù anche la libertà di espressione

Altro passo indietro per l’Italia sulla lotta alla corruzione. A certificarlo è l’ultimo rapporto di Transparency International che, in riferimento al 2025, ha confermato una tendenza già emersa nel corso dell’anno precedente e ora consolidata: il Bel Paese è sceso, infatti, di un altro punto, fermandosi a 53 su 100 e mantenendo la 52esima posizione su 182 Stati analizzati.

Si tratta di un lento scivolamento che preoccupa perché ha interrotto un percorso di miglioramento che si era avviato nel 2012, quando l’Italia aveva scelto di puntare con maggiore decisione sulla prevenzione e sulla costruzione di un sistema anticorruzione più incisivo e strutturato. “C'è stato un altro passo indietro. È un lento declino, ma la situazione non è felice”, ha dichiarato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Giuseppe Busia, durante la recente presentazione dell’indice a Roma.

Ad ogni modo, il dato italiano si inserisce all’interno di un contesto globale tutt’altro che rassicurante: la media mondiale dell’indice sulla percezione della corruzione è scesa a 42 su 100. A perdere terreno sono state infatti anche diverse democrazie consolidate. Francia e Regno Unito hanno mostrato chiari segnali di arretramento, così come gli Stati Uniti, scesi a 64 punti. L’Europa mantiene una media di 64 - ben al di sopra del punteggio italiano - che resta dunque sotto la soglia delle democrazie europee più solide.

Se confrontata con altri grandi Paesi dell’Unione europea, l’Italia continua a inseguire: la Germania è a 77 punti, la Francia a 66, la Spagna a 55. Il divario non è abissale, ma resta  comunque significativo.

Secondo Transparency International, tra i fattori che avrebbero pesato maggiormente sul punteggio c’è anche l’indebolimento di alcune misure anticorruzione. In particolare, l’abrogazione dell’abuso d’ufficio figura tra gli elementi che hanno contribuito alla valutazione negativa. “Nel 2025 l'Italia, insieme alla Germania, ha contrastato l'inserimento dell'abuso d'ufficio tra i reati perseguiti in tutta l'Unione europea attraverso la Direttiva anticorruzione, proposta dalla Commissione europea nel 2023 e approvata in via provvisoria a dicembre 2025”. Non è un caso se Busia, riferendosi all’abrogazione dell’abuso d’ufficio, abbia voluto precisare che proprio questa mossa del governo Meloni abbia finito con il “lasciare un vuoto”. Un vuoto normativo che - per molti osservatori - rischia di ridurre la capacità di presidio preventivo nei confronti di comportamenti che possono incidere sull’imparzialità dell’azione amministrativa.





Ma questo non è di certo l’unico nodo della questione che ha inciso sulla condizione italiana. Transparency International ha puntato i riflettori anche su altre criticità, come la mancanza di una legge organica sul lobbying, l’assenza di una regolamentazione completa sul conflitto di interessi e la sospensione del registro dei titolari effettivi. Si tratta dello strumento previsto dall’Unione Europea e dalla normativa antiriciclaggio italiana per raccogliere e rendere accessibili i dati delle persone fisiche che controllano o traggono beneficio reale da una società o da un ente. Un meccanismo pensato per rafforzare la trasparenza e contrastare riciclaggio, finanziamento al terrorismo e corruzione.

Il rapporto ha evidenziato inoltre un legame sempre più stretto tra qualità democratica e controllo della corruzione. Le democrazie “piene” registrano in media 71 punti, mentre le democrazie imperfette si fermano a 47. L’Italia, con i suoi 53 punti, si colloca in una zona intermedia: formalmente parte del gruppo delle democrazie consolidate, ma distante dagli standard dei Paesi più virtuosi del Nord Europa, che oscillano tra 80 e 89 punti.

Un altro elemento messo in luce dal rapporto riguarda la correlazione tra arretramento nella lotta alla corruzione e restringimento dello spazio civico. Dal 2012, oltre trenta dei cinquanta Paesi che hanno registrato un calo significativo nell’indice hanno anche visto una riduzione delle libertà di espressione e associazione. Un fenomeno preoccupante che non riguarda solo regimi autoritari, ma interessa in forma sempre maggiore anche i sistemi democratici sottoposti a tensioni istituzionali.

Una situazione da non sottovalutare e che, per questo motivo, il presidente di Transparency International Italia, Michele Calleri, ha voluto invitare a non considerare questi numeri come dei semplici dati statistici. “In un contesto mondiale nel quale i principi dello Stato di diritto e i rapporti internazionali stanno progressivamente mutando - ha spiegato Calleri - è fondamentale, per ciascuno di noi, riaffermare con decisione che valori quali l'integrità, la trasparenza e la responsabilità sociale sono ineludibili. Per questo - conclude - dobbiamo impegnarci nella realizzazione di un modello di società e di rapporti umani che trovi più conveniente ed etica l'integrità rispetto alla corruzione, la trasparenza rispetto al clientelismo e la responsabilità rispetto all'omertà sociale”.

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