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L’incontro delle Agende Rosse a Genova ha messo in discussione riforme, strategie antidroga e tenuta dello Stato di diritto

Stiamo vivendo uno dei periodi più neri della nostra storia. È un momento cruciale per il Paese. È in atto un vero e proprio attentato ai principi della nostra Costituzione, all’equilibrio dei poteri. Parlano di separazione delle carriere, ma è falso: le carriere sono separate già da tempo”.

A dirlo, nel corso dell’incontro che si è svolto nella giornata di ieri al Teatro Carlo Felice di Genova, è stato Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse e fratello del giudice Paolo Borsellino, ucciso in via D’Amelio il 19 luglio 1992.





L’evento, promosso dal gruppo ligure delle Agende Rosse e intitolato “Sicurezza e legalità”, è stato anche l’occasione per celebrare il decimo anniversario del movimento, che prende il nome dall’agenda rossa del magistrato scomparsa subito dopo l’attentato, ritenuta centrale per le sue ultime indagini, e ha visto la partecipazione di circa duemila studenti, oltre a numerose autorità civili.

Quello che si sta facendo - ha proseguito Borsellino - è tentare di colpire uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’equilibrio dei poteri e l’indipendenza della magistratura”.

In un Paese che appare incapace di imparare dai propri errori e spesso privo di speranza, il fondatore delle Agende Rosse - instancabile nonostante una salute segnata dal tempo - ha anche detto di riporre tutte le sue speranze nelle nuove generazioni. In quei giovani capaci di non lasciarsi sedurre dagli slogan del momento. “Ho sentito ripetere molte volte la parola legalità. Ma, purtroppo, questa parola è diventata quasi uno slogan. C’è chi si nasconde dietro di essa per portare avanti disegni di tutt’altro tipo. Bisogna capire davvero che cos’è la legalità, e io sono sicuro che voi lo sappiate”. E poi l’invito, sempre rivolto ai giovani: “Ribellatevi, per non permettere che il nostro Paese diventi - come purtroppo sta diventando - un regime mascherato da democrazia. Vogliono farvi diventare sudditi e nient’altro. Ribellatevi, siate cittadini e lottate per il vostro futuro”.
 

gratteri int ar genova

Nicola Gratteri
 

Criminalità e droga, l’allarme di Frustaci e Gratteri

All’incontro genovese ha partecipato anche Anna Maria Frustaci, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha descritto con parole nette la complessità della lotta alla criminalità organizzata in Calabria. Un contesto segnato - come ha spiegato la stessa Frustaci - da una diffusa sfiducia verso le istituzioni e da una cronica carenza di risorse che grava sia sulla magistratura che le forze dell’ordine.

Ampia e particolarmente dura anche l’analisi del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che parlando ai giovani ha affrontato il tema delle droghe, soffermandosi soprattutto su quelle sintetiche. In particolare il fentanyl, noto come “droga zombie” per i suoi effetti e responsabile di un numero crescente di morti, anche per il suo utilizzo in combinazione con altre sostanze, come la marijuana.

Gratteri ha denunciato inoltre l’assenza di un “contrasto serio” alla produzione di cocaina. Dopo anni di indagini e operazioni contro la ‘Ndrangheta, ha spiegato che “basterebbe bloccare i precursori chimici prodotti dalle multinazionali occidentali e esportati in Sud America per la produzione della droga” per incidere realmente sul fenomeno. Eppure - ha sottolineato Gratteri - né i prodotti chimici delle multinazionali europee né quelli delle aziende statunitensi hanno mai subito un blocco nelle esportazioni verso quei Paesi notoriamente coinvolti nella filiera della droga.


ar genova pubblico


Negli Stati Uniti - ha ricordato - il fentanyl in un solo anno ha ucciso più persone della guerra in Vietnam. Costa pochissimo, meno della marijuana, ma è una droga letale perché agisce direttamente sul sistema nervoso”. E ha aggiunto: “Ora i criminali stanno facendo qualcosa di ancora più sporco: inseriscono piccole quantità di fentanyl nella marijuana per abituare progressivamente alla dipendenza. Un ragazzo o una ragazza pensano di comprare una canna e invece iniziano, senza saperlo, ad assumere fentanyl”.

Da qui la critica alle strategie internazionali di contrasto al narcotraffico, in particolare a quelle adottate dagli Stati Uniti. Infatti, Gratteri ha contestato l’uso di operazioni militari in mare, ricordando i casi di imbarcazioni bombardate senza certezza sul carico trasportato. “Non sappiamo cosa ci fosse su quella barca”, ha evidenziato, sottolineando come in uno Stato che si definisce civile non possa essere questa la risposta alle mafie. Colpire senza processo, secondo il magistrato, significa rinunciare alla cultura del diritto e dello Stato di diritto.

La critica si è poi estesa alla coerenza complessiva delle politiche di contrasto. Se il problema è davvero la cocaina - ha proseguito - occorrerebbe intervenire nei Paesi di produzione. Colombia, Bolivia e Perù restano il cuore della filiera, eppure la produzione continua ad aumentare. “Perché nel 2025 la produzione di cocaina è cresciuta del 51%?”, si è chiesto. Colpire solo il traffico finale, senza intervenire sulle “cucine” e sulle raffinerie nella foresta amazzonica, significa agire sugli effetti e non sulle cause.
 

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Giuseppe Carbone e Stefano Balleari
 

Balleari lascia il teatro e scoppia la polemica

L’evento genovese organizzato dalle Agende Rosse ha lasciato un’impronta profonda nei giovani presenti, anche - e soprattutto - grazie alle testimonianze dei vari ospiti saliti sul palco. A suscitare perplessità è stato però il gesto del presidente del Consiglio regionale ligure, Stefano Balleari, che ha abbandonato la platea denunciando una presunta deriva propagandistica dell’incontro.

Secondo quanto emerso, per Balleari il punto di rottura sarebbe arrivato quando Salvatore Borsellino, parlando di attentato ai principi costituzionali, dell’equilibrio dei poteri e dell’indipendenza della magistratura, ha criticato apertamente le riforme sulla giustizia. Per il  presidente del Consiglio regionale ligure, quelle parole avrebbero assunto il significato di un messaggio politico, ritenuto incompatibile - nella sua lettura - con un evento rivolto a una platea di studenti. Successivamente, lo stesso presidente ha spiegato di essersi alzato “per rispetto del ruolo istituzionale” che ricopre.

Di tutt’altro avviso il Partito Democratico in Consiglio regionale, che ha definito il gesto “grave” e “inaudito”. In una nota diffusa poche ore dopo, il Pd ha sottolineato come Balleari partecipasse all’incontro non come esponente politico, ma come rappresentante di tutte le forze consiliari. Per questo, l’uscita dal teatro non sarebbe stata un atto di neutralità, ma una presa di posizione plateale che ha finito per politicizzare l’evento più delle parole contestate. Il gruppo ha annunciato l’intenzione di portare la questione in aula, chiedendo un chiarimento formale sul comportamento del presidente.

Ancora più netta, sul piano dei contenuti, la reazione del Movimento 5 Stelle. Il capogruppo regionale ha difeso l’impostazione dell’incontro, sostenendo - ha spiegato GenovaQuotidiana.com - che parlare di Costituzione, magistratura, referendum e politiche della sicurezza davanti agli studenti non costituisca propaganda, ma esercizio di cittadinanza critica. Secondo il M5S, molti dei passaggi contestati sarebbero nati proprio dalle domande dei ragazzi e rientrerebbero pienamente in un confronto pluralista. Da qui l’accusa a Balleari di aver trasformato un dissenso personale in un gesto istituzionalmente scorretto, aggravato - sottolineano i pentastellati - dal fatto di aver poi rivendicato l’uscita sui social, amplificando ulteriormente la polemica.

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