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Ai microfoni del Corriere della Sera il conduttore di Report presenta il suo ultimo libro

Dopo “La Scelta” (Giunti Editore), Sigfrido Ranucci esce con un libro per ragazzi “Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali”, un libro-gioco - edito da Ape Junior - pensato per aiutare le nuove generazioni a orientarsi nel mondo digitale. Nell’intervista realizzata da Renato Franco per il Corriere della Sera, Ranucci spiega che non si tratta di una fuga dal suo terreno abituale, ma di una prosecuzione coerente del suo lavoro: "È un manuale di istruzioni su come orientarsi nell’epoca della navigazione digitale. Stiamo vivendo un cortocircuito generazionale che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per la prima volta i più giovani sono in grado di insegnare qualcosa ai più anziani, ma i più anziani possono metterli in guardia da rischi che loro non vedono".

A rendere possibile il progetto, racconta, è stato anche un aiuto familiare: "Mi ha aiutato molto mio figlio Giordano che fa l’insegnante di sostegno: lui è stato fondamentale per trovare il linguaggio adatto ai ragazzi, che rappresenta l’aspetto più complicato. Devi coinvolgerli, non fargli la lezione". Un’esigenza che nasce dalla constatazione che oggi informazione e disinformazione passano quasi interamente dal web. Per Ranucci la posta in gioco è alta: "La speranza di un futuro migliore deve partire dai ragazzi. Il web è sì un grande strumento di libertà, ma è come se ci trovassimo di fronte a una sorta di bibliotecario ubriaco, perché non sai mai se i contenuti che ci propone sono veri o falsi. E in molti casi sono tossici".

Nel libro il racconto si articola in quattro storie che affrontano temi come intelligenza artificiale e fake news. Ed è proprio sui social che il giornalista concentra una delle sue critiche più nette: "I social sono nati non come strumenti di informazione, ma di condivisione. Il meccanismo dell’algoritmo su cui girano le informazioni non è quello di privilegiare la verità, ma la loro notiziabilità, cioè la capacità di attirare clic. Ed è una trappola: questo consente di liberare e veicolare fake news e video manipolati". Da qui l’attenzione alla responsabilità individuale nella condivisione: "Sulla spinta dell’entusiasmo e dell’inconsapevolezza si corre il rischio di condividere un contenuto che poi non riesci a governare perché una volta premuto il tasto invio non puoi più tornare indietro. La finalità del libro è anche lanciare un warning: non fare qualcosa di cui puoi pentirti".

C’è poi il capitolo, sempre più attuale, dei dati personali: "Le piattaforme digitali speculano su questo aspetto: hanno la necessità di coinvolgere il più grande numero di utenti per un tempo più lungo possibile in modo da accaparrarsi dati, passioni e ideologie politiche, con la finalità di vendere dati e pubblicità". Un sistema che rende, a suo avviso, ancora più complesso il lavoro giornalistico. "La difficoltà più grande è muoversi in un ambito di delegittimazione continua e di tentativi di diffusione di fake news", spiega parlando delle inchieste oggi. 

Ai giovani che vogliono fare questo mestiere Ranucci offre un consiglio netto: "Non lasciarsi sedurre dalle tecnologie. Spesso i giovani confondono la tecnologia con il giornalismo, con i contenuti. La tecnologia è uno strumento. I contenuti invece devi andare sempre sul territorio a vederli con i tuoi occhi, perché devi mantenere la capacità di filtrare le informazioni e le notizie: non puoi pensare di fare informazione senza coltivare memoria e giudizio critico".

Nel raccontare la propria esperienza usa spesso l’immagine del trapezista, mutuata da Roberto Morrione: "La teoria del trapezista è la teoria di Roberto Morrione, un grande direttore della Rai che è scomparso troppo presto, lui mi diceva sempre: quando diventi obiettivo di qualcuno passa al trapezio successivo perché così è più difficile colpirti". Un principio che traduce in pratica così: "Basta vedere quello che è successo ultimamente. Poco tempo fa mi attaccavano per legarmi allo scandalo dossieraggio di Bellavia, che è uno scandalo che non c’è, come dimostrerà la storia. Subito dopo abbiamo scoperchiato la vicenda del trojan di Stato dentro i computer dei pubblici ministeri e di tutti gli uffici giudiziari. Quindi l’attenzione si è spostata tutta da un’altra parte. Questa è la teoria del trapezista: devi passare da un’inchiesta all’altra, da un problema a un altro, così nel frattempo è più complicato acchiapparti".


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© Paolo Bassani 


Ranucci vive sotto scorta da anni: "La paura ce l’ho, l’ho sempre avuta. È un sentimento con cui convivo, ed è un sentimento che secondo me è importante perché in qualche modo mi tutela, ma tutela anche le persone care che mi stanno vicine. Il problema è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Se non hai coscienza della paura, il coraggio si trasforma in incoscienza". Alle accuse di fare un uso politico delle sue inchieste risponde senza esitazioni: "In qualsiasi luogo e contesto — teatro, libri, tv — ho sempre ritenuto il pubblico l’editore di riferimento, non sono mai mosso da una finalità politica. Se poi le nostre inchieste hanno una ricaduta politica, questo è un problema che non ci interessa, ci interessa chi raccoglie il messaggio. Il libro in coerenza con le mie inchieste ha una valenza esclusivamente sociale".

Non manca un passaggio sul peso delle querele, diventate ormai parte strutturale della sua vita professionale. "Si sopravvive cercando faticosamente di dimostrare ancora una volta che avevi ragione, perché attraverso la credibilità passa tutto il mio lavoro e quello della squadra - dice -. Al momento no, per fortuna”. Alla domanda se abbia mai perso una causa, e ricordando le più assurde: "Quelle più assurde e temerarie le ha fatte Tosi una decina di anni fa: mi furono accollate 19 querele per un’inchiesta da 36 minuti, credo che sia un record mondiale. Sono state tutte archiviate".

Sul rapporto con la politica è disincantato: "Nella maggior parte dei casi i politici ti stanno vicino nell’immanenza, non tanto perché credono in quello che fai, ma perché quello che hai detto può essere strumentale e funzionale ai loro scopi. Quindi la vicinanza politica la prendo per quella che è. Chi mi odia invece è chiaro, basta andare a vedere il numero di interrogazioni parlamentari nei miei confronti". E quando ricorda di aver detto di fare "una vita di merda", non corregge il tiro: "No, è pure peggiorata. Una vita di merda la facevo prima della scorta e continuo a farla anche dopo".

La motivazione, però, arriva dal pubblico. Ranucci racconta di una lettera consegnata dalla madre di una ragazza: "Io l’ho ringraziata e lei mi ha gelato: è di mia figlia morta la scorsa settimana. Miriam, questa ragazza, aveva 20 anni, era bellissima ed è morta di tumore". Il contenuto lo ha segnato: "Ringraziava me e la mia squadra. Perché nei due anni di malattia Miriam ha sempre guardato Report e voleva ringraziarci del lavoro fatto per il bene comune. È stata una sensazione bellissima e allo stesso tempo un pugno nello stomaco, però mi ha fatto capire quanto può essere importante il nostro lavoro. Il giornalismo se lo fai per il bene comune, per la collettività, ti fa mettere da parte le amarezze e la stanchezza".

Dal 2017 conduce Report e sulla pressione politica non vede grandi differenze nel tempo: "Devo dire che è sempre stata la stessa. Non abbiamo mai avuto un periodo facile. Ma direttori come Franco Di MareAntonio Di BellaAndrea Vianello e Silvia Calandrelli hanno sempre difeso Report da tutto e da tutti. E non smetterò mai di ringraziare la Rai che in questi 35 anni mi ha consentito di essere libero nel fare giornalismo d’inchiesta: non è una cosa da poco". La lezione finale la sintetizza così: "Uso una frase che viene attribuita spesso a Borges: ogni direttore che ho incontrato mi ha portato qualcosa di importante, qualcuno si è portato via qualcosa di me, qualcuno mi ha insegnato a non essere come lui".

E quando torna su Milena Gabanelli, il tono cambia ancora: "Lasciarmi Report, suo figlio, è stato un gesto di grande generosità e fiducia. Ci siamo visti l’altro giorno, ci siamo abbracciati e mi ha detto una cosa bellissima: sei la mia soddisfazione".

Fonte: Corriere della Sera

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