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La Corte d'Assise di Como ha condannato all'ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella per l'omicidio volontario aggravato di Cristina Mazzotti, la diciottenne rapita nel 1975 e uccisa dopo il sequestro, mentre ha assolto Antonio Talia “perché non ha commesso il fatto” e ha dichiarato prescritto il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione per i due condannati. 
Mazzotti, studentessa del liceo Carducci di Milano, venne rapita la sera del 30 giugno 1975 a Eupilio (Como) mentre rientrava a casa. Fu la prima donna vittima di un sequestro di persona attribuito alla ‘Ndrangheta in Lombardia. Il corpo della ragazza fu ritrovato il 1° settembre 1975 in una discarica a Galliate (Novara).
La Corte d'Assise di Como, presieduta da Carlo Cecchetti, ha quindi chiuso dopo mezzo secolo uno dei casi più tragici della cronaca italiana legata ai sequestri di persona. 
I giudici, nello specifico, hanno riqualificato i fatti contestati agli imputati: concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione e concorso in omicidio volontario aggravato assolvendo Antonio Talia dall'imputazione per omicidio volontario “perché non ha commesso il fatto”, come previsto dal codice di procedura penale.
Inoltre la corte ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella per il sequestro di persona a scopo di estorsione “perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione”.
I due però sono stati condannati all’ergastolo per omicidio volontario aggravato.
Per tutti loro, lo scorso luglio, la Procura aveva chiesto la pena dell'ergastolo. Latella è reo confesso. Ammise di avere preso parte al rapimento dopo l'attribuzione dell'impronta, resa possibile dal sistema Afis della polizia scientifica di Roma soltanto nel 2006.
“La sentenza della Corte di Assise di Como è una pagina di grande dignità della giurisdizione. Rende omaggio alla memoria di Cristina Mazzotti e al dolore dei congiunti. E finalmente segna il crollo dell'impunità di Demetrio Latella e soprattutto di Giuseppe Calabrò, capo indiscusso della Ndrangheta in Lombardia”. È il commento dell'avvocato Fabio Repici, legale dei familiari di Cristina Mazzotti, dal cui impulso sono ripartite le indagini.
La Corte ha inoltre disposto la condanna dei due al pagamento delle spese processuali, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'interdizione legale durante l'esecuzione della pena. 
È stata inoltre disposta una provvisionale immediatamente esecutiva di 600.000 euro per ciascuna parte civile, e la rifusione delle spese di costituzione e difesa, liquidate in 27.686,50 euro per ciascuna parte civile, oltre accessori di legge.  

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