Il decreto legge Elezioni, che regola le modalità di voto per il referendum costituzionale sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo, non prevede alcuna possibilità di esprimere la preferenza per chi risiede temporaneamente lontano dal proprio comune di iscrizione elettorale. A rimanere esclusi saranno circa 4 milioni e 900 mila cittadini – secondo le stime fornite dallo stesso governo – tra studenti universitari, lavoratori trasferiti, persone costrette a cure mediche in altre città o regioni. Per loro l’unico modo di partecipare alla consultazione sarà rientrare fisicamente nel luogo di residenza, sostenendo i relativi costi e disagi.
Oggi la Camera dei deputati darà il via libera definitivo al testo, con il voto favorevole della maggioranza. Nel corso della discussione di ieri pomeriggio sono stati respinti in blocco tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni, che chiedevano all’unisono di introdurre il voto per i fuorisede o, in subordine, almeno qualche forma di agevolazione per il rientro, come chiesto da Alleanza Verdi e Sinistra per gli studenti. La bocciatura è arrivata senza aperture, malgrado i precedenti: alle elezioni europee del 2024 e ai referendum su cittadinanza e lavoro dello scorso giugno era stata garantita la possibilità di votare fuori sede.
Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto dire NO” e costituzionalista, ha definito, come riportato dal Fatto Quotidiano, l’esito parlamentare “uno schiaffo alla partecipazione e alla salute della nostra democrazia”. Proprio in vista del voto di oggi, i promotori del No avevano inviato ieri una lettera aperta a tutti i parlamentari, firmata tra gli altri da Grosso e Antonio Diella (presidenti di Giusto dire No), Giovanni Bachelet (presidente del Comitato società civile per il No), Franco Moretti (presidente avvocati per il No) e dall’avvocato Carlo Guglielmi, portavoce dei 15 cittadini promotori della raccolta firme popolare. Nella missiva si sottolineava che la richiesta “non appartiene a uno schieramento, ma riguarda un principio che dovrebbe unire tutte le forze politiche: garantire che ogni cittadino possa esercitare effettivamente un diritto costituzionale essenziale”. Il testo precisava inoltre: “Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi ha tempo e risorse economiche per spostarsi”.
La posizione del governo è stata illustrata dalla sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro (FdI), che ha motivato il diniego con “problemi tecnici” legati alla “mancanza di tempo”. Replica durissima dalle opposizioni: Alfonso Colucci (M5S) ha ipotizzato che “il governo Meloni abbia paura dei tanti giovani fuorisede che potrebbero esprimersi in massa contro la sua riforma dell’ingiustizia”. Lo stesso Colucci, commentando la riformulazione (“annacquamento”, a suo dire) dell’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a una corretta informazione sulla riforma e a non utilizzare cariche istituzionali per la campagna, ha affermato: “Il re è nudo – voi volete mettere il potere giudiziario sotto il potere esecutivo”. Paolo Ciani (Pd) ha sintetizzato il messaggio arrivato dalla maggioranza: “partecipa al voto solo chi può permetterselo”. Ha poi rivolto un appello ai deputati di centrodestra che a parole si erano detti favorevoli al voto fuorisede: “cedano i posti da rappresentanti di lista a quei milioni di fuorisede che non potranno votare a causa loro”. Di fatto, la consultazione referendaria si svolgerà esclusivamente nei comuni di residenza. Unica eccezione: i cittadini all’estero, che potranno votare per corrispondenza.
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