Il processo d’appello a carico di Marco Toffaloni, condannato in primo grado a 30 anni di reclusione dal Tribunale per i minorenni di Brescia per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, è stato calendarizzato per il 27 marzo. Il giudizio si svolge in parallelo con il dibattimento in corso davanti alla Corte d’Assise di Brescia nei confronti di Roberto Zorzi, ritenuto l’altro presunto esecutore materiale dell’attentato.
Toffaloni, all’epoca dei fatti sedicenne e oggi cittadino svizzero, è accusato di aver partecipato all’eccidio che causò la morte di otto persone e il ferimento di altre 102 durante una manifestazione antifascista. La difesa, nel ricorso in appello, sostiene che “un più approfondito esame delle emergenze processuali avrebbe dovuto indurre il Tribunale a una pronuncia assolutoria”.
Elemento cardine dell’accusa rimane una fotografia scattata in piazza poco dopo l’esplosione, nella quale i giudici minorili hanno ravvisato la presenza di Toffaloni. Secondo la sentenza di primo grado, tale presenza “non potrebbe mai essere liquidata come una mera coincidenza”, in quanto l’imputato “non aveva alcuna ragione per trovarsi in piazza quella mattina se non per partecipare all’esecuzione dell’eccidio”. La difesa contesta però l’attendibilità dell’immagine in bianco e nero, per la quale la perizia ha indicato solo una “probabile identificazione”, e ricorda che “su undici testimoni, dieci non hanno riconosciuto Toffaloni”.
Le dichiarazioni di Stimamiglio nel processo Zorzi
Un ulteriore elemento a carico è stato fornito dai pubblici ministeri Silvio Bonfigli e Cate Bressanelli, che hanno acquisito le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio, ex esponente del Centro Studi Ordine Nuovo, collaboratore con la Procura di Brescia dal 2010. Stimamiglio ha riferito di un incontro avvenuto nel 1989 in un hotel di Peschiera del Garda con un comune amico, durante il quale Toffaloni avrebbe ammesso: “A Brescia gh’ero mì”. In un successivo colloquio del 1990, sempre secondo il teste, Toffaloni avrebbe confermato il proprio ruolo dicendo: “A Brescia ghero anche mi, son sta mi”. Stimamiglio ha aggiunto di aver chiesto se l’ordine fosse arrivato da Besutti, paracadutista di origine mantovana ritenuto al vertice di Ordine Nuovo nel Nordest, e che Toffaloni avrebbe annuito. Nell’ultima udienza del processo a Zorzi, Stimamiglio ha invece sostenuto che la bomba nel cestino sarebbe stata collocata da Paolo Marchetti e non da Toffaloni: “Me l’ha detto Bizzarri”; “Marchetti era il più deciso, il più capace di farlo”. Tale affermazione ha indotto il presidente della Corte d’Assise, Roberto Spanò, a intervenire: “Però ci dicono che lei ha il dente avvelenato con Marchetti. Non è che oggi ci ha aggiunto qualcosa? Guardi, non ci dica qualcosa di sbagliato, perché siamo qua e facciamo una fatica enorme per far verità su questa vicenda. Non ci depisti, perché ci sono stati già abbastanza depistaggi”.
Le motivazioni della sentenza Toffaloni
Nelle 337 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado, emessa il 3 aprile di quest’anno dal Tribunale per i minorenni di Brescia (presidente Federico Allegri), Toffaloni (alias Franco Maria Muller) viene descritto come “un camerata duro, determinato, tendente ad imporsi, capace di usare la violenza fisica contro cose e persone, profondamente convinto dell’ideologia nazifascista e della sua superiorità”. I giudici hanno ritenuto che l’imputato abbia partecipato “a consessi nei quali l’organizzazione di iniziative di matrice terroristica si svolgeva alla presenza di esponenti delle forze dell’ordine”, citando a esempio la caserma di Parona dove, secondo Ombretta Giacomazzi, si concertò l’attentato al Blue Note alla presenza del capitano Delfino, Selvaggi e Pignatelli. L’impianto accusatorio si basa su cinque fonti principali – la sentenza Conforti, la fotografia con relative perizie, le dichiarazioni di Stimamiglio, quelle di Giacomazzi e le altre risultanze testimoniali e documentali – cui si aggiunge un sesto elemento “negativo”, rappresentato dall’assenza di una versione alternativa fornita da Toffaloni.
La strage e le condanne definitive
La strage avvenne durante una manifestazione promossa dal Comitato permanente antifascista, in concomitanza con lo sciopero generale indetto dai sindacati. L’ordigno, contenente almeno un chilogrammo di esplosivo e nascosto in un cestino dei rifiuti, esplose due minuti dopo l’inizio del discorso dal palco del sindacalista Cisl Franco Castrezzati. Le vittime furono otto: Luigi Pinto, Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda. Altre 102 persone rimasero ferite, mentre la pioggia battente si mescolò al sangue delle vittime. Dopo l’attentato si sono succeduti 17 processi, ai quali si aggiungono i due attualmente in corso a carico di Toffaloni e Zorzi, accusati di aver piazzato la bomba per vendicare Silvio Ferrari, neofascista ucciso dall’esplosione della sua Vespa tra il 18 e il 19 maggio 1974. In via definitiva sono stati condannati all’ergastolo per concorso in strage Maurizio Tramonte (la ‘fonte Tritone’, ex infiltrato dei servizi segreti e membro di Ordine Nuovo), sentenza del 20 giugno 2017, e Carlo Maria Maggi (considerato il ‘regista’ dell’attentato e capo di Ordine Nuovo nel Triveneto), morto il 26 dicembre 2018.
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