Per oltre sessant’anni la Colombia è stata raccontata come il teatro di una guerra invisibile tra Stato, narcos e guerriglia. Mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulle Farc, il più antico gruppo guerrigliero latino-americano, un potere parallelo cresceva nell’ombra, forgiando una guerra diversa, più silenziosa e forse più efficace. Erano i paramilitari.
L’esercito dei signori della guerra che ha sconfitto la guerriglia, conquistato intere regioni, stretto alleanze con il narcotraffico, trattato alla pari con le multinazionali americane e ridisegnato gli equilibri politici della Colombia moderna.
È da questa prospettiva che nasce La Colombia dei paramilitari. Inchiesta sui Signori della guerra in Urabá (Asterios Editore), un libro-reportage che ricostruisce l’evoluzione del paramilitarismo colombiano dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri. Un lavoro di ricerca durato oltre tre anni, basato su migliaia di atti giudiziari rimasti per decenni negli archivi del Superior Tribunal de Medellin, interviste a decine di ex paramilitari nelle carceri di massima sicurezza e viaggi nei territori ancora oggi sotto il controllo di questi gruppi armati.
Un lavoro di inchiesta che ribalta la narrazione ufficiale: il paramilitarismo colombiano è nato come un patto armato tra narcotraffico, settori delle forze armate, politici dell’estrema destra, grandi interessi economici e gangster locali.
All’inizio degli anni Ottanta, gli allevatori di bestiame del Magdalena Medio finanziarono piccoli gruppi di civili armati per difendere le fattorie dagli assalti della guerriglia. Con l’ascesa del cartello di Medellín, i paramilitari vennero contrattati da Pablo Escobar per sorvegliare le sue piantagioni di coca, diventando un ingranaggio centrale del conflitto armato. Diventarono non solo il braccio armato dei narcos, ma anche il service privato a cui i settori delle forze di sicurezza appaltarono attentati e omicidi eccellenti. Come l’assassinio di Luis Carlos Galán, il lanciatissimo candidato alla Presidenza della Colombia nel 1989.
La svolta avvenne in Urabá, nel nord-ovest della Colombia. Una regione strategica per l’agroindustria, il narcotraffico e i contrabbandieri di armi. Qui i fratelli Castaño trasformarono le proprie milizie locali in una macchina da guerra: le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Con i dollari delle multinazionali americane delle banane e la complicità di settori politico-militari, i paramilitari conquistarono questo territorio massacro dopo massacro, cacciando la guerriglia dalla zona e assumendo il controllo diretto del traffico di cocaina.
Nel giro di pochi anni, le AUC diventarono uno Stato parallelo. Imponendo regole alle comunità locali, appoggiando propri candidati alle elezioni locali, ridisegnando l’economia di intere regioni e espandendosi in tutte le zone strategiche per il narcotraffico.
Quando decisero di smobilitarsi nel 2005, il governo di Alvaro Uribe Vélez festeggiò la fine del paramilitarismo. In realtà, è cambiata solo forma. Dalle sue ceneri è nato il Clan del Golfo, la più strutturata holding criminale presente tutt’oggi in Colombia. Controlla le rotte internazionali della cocaina, tratta con i cartelli messicani e intrattiene rapporti con la criminalità organizzata europea. In particolare con ‘Ndrangheta e la mafia albanese.
In Urabá, lo stesso territorio dove tutto è cominciato, il Clan del Golfo gestisce anche il traffico dei migranti diretti verso gli Stati Uniti, trasformando la giungla del Darién in una nuova frontiera del business criminale. In Urabá non si uccide più come ai tempi delle AUC, ma vengono eliminati tutti coloro che si oppongono alle regole del Clan.
Parlare oggi di paramilitarismo colombiano significa raccontare una continuità, non una parentesi. Un potere che ha saputo sopravvivere ai processi di pace, adattarsi ai cambiamenti e continuare a condizionare la storia della Colombia. Perché in questo Paese latino-americano, la guerra non è finita, si è solo normalizzata.
Paramilitari e narcos, il libro di Mattia Fossati sui signori della guerra che controllano la Colombia
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