Le indagini coordinate dalla pm Christine Von Borries, con il supporto del nucleo investigativo della polizia penitenziaria, hanno portato alla luce gravi episodi di violenza avvenuti all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano. Le prove decisive sono state fornite dalle telecamere di sorveglianza installate nell’istituto e dalle intercettazioni ambientali.
La notizia è stata riportata da Repubblica Firenze.
In una delle conversazioni captate si sente un agente affermare: "Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole". Un collega aggiungeva: "Quello era secco come un tavolo — può essere che quando gli stai sopra con le ginocchia… ci sta che gliele sfondi due costole".
Le violenze hanno riguardato due detenuti: un cittadino marocchino, che ha riportato la frattura di due costole richiedendo cure ospedaliere, e un italiano, che ha subito la perforazione di un timpano. Gli episodi si sarebbero consumati nell’ufficio dell’ispettrice, come reazione a comportamenti considerati di minima gravità.
Una delle vittime ha testimoniato: "L’ispettrice vedeva che mi picchiavano e rideva".
Gli accertamenti hanno inoltre rivelato presunti tentativi di falso da parte degli stessi agenti coinvolti, finalizzati a nascondere le condotte abusive.
In primo grado il gup aveva derubricato l’imputazione da tortura a lesioni personali, irrogando pene fino a un massimo di 3 anni e mezzo, inferiori rispetto alle richieste della procura (fino a 9 anni).
La pm Von Borries, come riportato sempre da 'Repubblica' ha impugnato la sentenza, chiedendo il riconoscimento del reato di tortura per "la crudeltà della condotta, produttiva di sofferenze aggiuntive nella vittima" e per "l’esistenza di elementi sintomatici di un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole degli imputati". Nella memoria d’appello ha scritto: "Si ritiene sufficiente analizzare la modalità della loro condotta e, in particolare, il fatto che in ben 8 persone, rispondendo ad un ordine dell’ispettore capo, commisero per vari minuti atti di inaudita violenza nei confronti di un detenuto del tutto inerme e, successivamente, lo condussero in isolamento".
La Corte d’appello di Firenze ha accolto le tesi dell’accusa, riqualificando i fatti come tortura – una pronuncia ritenuta senza precedenti per episodi verificatisi nel contesto fiorentino – e ha inflitto pene comprese tra 3 anni e quattro mesi e 5 anni e quattro mesi.
La condanna più elevata è stata pronunciata nei confronti dell’ispettrice Elena Viligiardi, indicata come “l’istigatrice del reato di tortura”.
Oltre alla funzionaria, sono stati condannati gli agenti Massimiliano Bove, Francesco Sbordone, Luciano Sarno, Marco Mescolini, Piercarlo Minotti, Patrizio Ponzo e Luigi Di Martino.
Nel procedimento si è costituito parte civile il garante nazionale dei detenuti, rappresentato dall’avvocata Vanessa Luperi.
Si attendono ora le motivazioni della sentenza per conoscere nel dettaglio il ragionamento seguito dai giudici di secondo grado.
Fonte: Repubblica
Foto © Imagoeconomica
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