Il procuratore a Pulp Podcast: “I principali produttori di cocaina sono Colombia, Bolivia e Perù. Per coerenza avrebbe dovuto colpire quei paesi

Il Venezuela, nel panorama mondiale del traffico di droga, è un criterio residuale”. Nicola Gratteri non usa giri di parole e, ospite di “Pulp Podcast”, smonta alla radice la narrazione che giustifica azioni di forza contro Caracas in nome della lotta al narcotraffico. “La cocaina si produce solo in Colombia, Bolivia e Perù. Per coerenza, Trump avrebbe dovuto bombardare quei Paesi, non il Venezuela”, afferma il procuratore di Napoli, mettendo subito in chiaro il punto centrale del suo ragionamento.
Gratteri entra nel merito dei dati e delle rotte. “Per coerenza - insiste - avrebbe dovuto colpire le cucine e le raffinerie che si trovano nella selva amazzonica e nella foresta colombiana”. Non solo: “L’80% della cocaina che arriva negli Stati Uniti arriva dall’Ecuador, non dal Venezuela. La droga è gestita dai messicani, che hanno trasformato l’Ecuador in una piattaforma logistica”. Da qui la conclusione netta: “Seguendo la ricetta di Trump, si sarebbe dovuto attaccare l’Ecuador, che è un narcostato, o i Paesi produttori di cocaina”.

Il procuratore allarga poi il discorso al piano giuridico e politico. “Come si fa a dire che ciò che è avvenuto in Venezuela sia un atto legittimo? Esiste il diritto internazionale”, sottolinea. E aggiunge un passaggio destinato a far discutere: “L’azione di Trump di andare a prendere Maduro - premesso che Maduro è un dittatore - non può essere avallata”. Per Gratteri, la lotta al narcotraffico non può diventare un alibi per violare regole e sovranità.
Nel corso dell’intervista, il magistrato ha anche spiegato “le dimensioni reali dei cartelli sudamericani” e “la filiera della cocaina dal Sudamerica ai porti europei”, temi che approfondisce nell’ultimo libro scritto insieme al professore Antonio Nicaso. Un lavoro che ricostruisce interessi, alleanze e flussi economici di un sistema criminale globale che va ben oltre i confini di un singolo Paese.

Spazio, infine, anche al referendum sulla separazione delle carriere, sul quale Gratteri prende una posizione altrettanto netta: “Voterò no”. La motivazione è culturale prima ancora che tecnica. “Il pubblico ministero deve stare sotto la stessa cultura del giudice. È fondamentale che la cultura della giurisdizione stia sotto lo stesso cappello”, spiega. “Il PM deve cercare le prove anche a favore dell’indagato e, se necessario, andare in udienza e chiedere l’assoluzione”. Separare le carriere, avverte, avrebbe un effetto opposto: “Se separiamo il pubblico ministero dal giudice, il PM avrà il compito di cercare solo prove a carico, ad ogni costo. Diventerebbe un super poliziotto”. E conclude con una presa di posizione chiara: “Io non voglio un pubblico ministero più forte, ma più sereno, che abbia sopra la propria testa solo il codice”. A chi parla di commistione tra ruoli, Gratteri risponde con i numeri: “Ogni anno meno di 30 magistrati su oltre 9.000 chiedono di passare da giudice a pubblico ministero o viceversa. E quando lo fanno devono anche cambiare regione. Dov’è questa commistione?”. Una domanda che, nelle parole del procuratore, resta senza risposta.

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