L'intervista del procuratore di Napoli a 'La Stampa'
Gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente venezuelano Nicolàs Maduro violando la sovranità di uno Stato indipendente con la scusa di combattere il traffico di droga: "Non è così che, storicamente, si combatte il narcotraffico. Non si colpiscono i nodi marginali lasciando intatti i centri di produzione. A meno che, naturalmente, la giustificazione antidroga non sia solo uno strumento retorico, funzionale a obiettivi di tutt’altra natura". "In questo caso, il sospetto è che entrino in gioco interessi geopolitici ed economici più ampi", come la gestione "indiretta delle immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo". Così ha detto il procuratore della repubblica di Napoli Nicola Gratteri in un'intervista a 'La Stampa'. "L’enfasi sul Venezuela - ha continuato Gratteri - come perno del narcotraffico globale appare sproporzionati e funzionale a giustificare pressioni diplomatiche e azioni coercitive, piuttosto che a descrivere con realismo la struttura effettiva delle reti criminali transnazionali". Il magistrato ha poi spiegato che il Venezuela "non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti" e il suo ruolo è "marginale se confrontato con quello delle principali rotte globali" come quelli dell'America centrale e il Messico "che restano gli snodi decisivi per l’accesso al mercato nordamericano ed europeo". "La storia delle relazioni internazionali - ha aggiunto - è ricca di esempi in cui ‘la guerra alla droga’, alla criminalità o alla sicurezza è stata utilizzata come espediente narrativo per mascherare finalità strategiche, energetiche o di influenza regionale. Ignorare questo precedente significherebbe rinunciare a una lettura realistica delle dinamiche in atto e accettare spiegazioni che reggono più sul piano politico che su quello dei fatti". Per questo "se la ragione dell’arresto del presidente Maduro fosse davvero la lotta al narcotraffico, l’amministrazione americana dovrebbe concentrare la propria attenzione innanzitutto su Paesi che producono cocaina e oppioidi sintetici, non su uno Stato che svolge prevalentemente un ruolo di transito". Per attuare un vero contrasto occorre un "tracciamento internazionale dei capitali, cooperazione fiscale e giudiziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento delle unità antiriciclaggio e responsabilizzazione degli intermediari economici. Eppure è proprio questo terreno, quello dei grandi interessi economici e finanziari, che continua ad essere eluso, mentre si insiste su approcci che hanno dimostrato da tempo tutti i loro limiti".
Per non parlare della 'Ndrangheta, "oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina. Tuttavia anche le diverse articolazioni della camorra, le famiglie di Cosa Nostra e i clan pugliesi continuano a detenere quote rilevanti del mercato. Accanto alle famiglie storiche, poi, stanno emergendo con forza nuovi attori criminali transnazionali, in particolare i clan albanesi".
Fonte: La Stampa
Foto © Imagoeconomica
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