I familiari delle vittime: ''Certi che la Procura stia andando avanti. Ci auguriamo si possano illuminare alcune zone d’ombra''
A distanza di trentacinque anni dalla strage del Pilastro, in cui vennero assassinati dalla banda della Uno Bianca i tre carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, la verità non è mai venuta completamente a galla. Tuttavia, dell’eccidio consumatosi durante quel tragico 4 gennaio 1991, qualcosa potrebbe essere finalmente disvelato. La Procura ha infatti chiesto una proroga delle indagini per attendere l’esito di nuovi accertamenti biologici e balistici, perizie inedite che potrebbero restituire “pezzi di verità importanti”, come ha sottolineato Alberto Capolungo, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime.
Si tratta di una vera e propria speranza, condivisa anche da Alessandro Stefanini, fratello di Otello, che - come riferito da “la Repubblica” - ha parlato apertamente di un cambio di passo: “Siamo certi che la Procura stia andando avanti e oggi - ha spiegato Stefanini - per fortuna esistono tecnologie che all’epoca non c’erano. È grazie a queste che ci auguriamo si possano illuminare alcune zone d’ombra”. Zone d’ombra che, anche e soprattutto per i familiari, restano difficili da ignorare, in modo particolare se si guarda alla lunga scia di sangue lasciata dalla banda dei fratelli Savi tra il 1987 e il 1994, con 24 morti e oltre cento feriti tra Emilia-Romagna e Marche.
Ad ogni modo, quella stagione di violenza che costò la vita ai tre giovani carabinieri - poco più che ventenni - è stata una fase che anche Capolungo ha definito senza esitazioni “terroristica”. “Non troviamo altre spiegazioni per una sequenza di agguati e assalti così rischiosi, concentrati tra l’autunno del 1990 e l’estate del 1991”, ha precisato il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, aggiungendo: “Sul Pilastro ho la sensazione che i Savi abbiano volutamente cercato lo scontro a fuoco con i carabinieri”.
Anche Stefanini ha richiamato l’attenzione su alcuni punti che ritiene ormai acquisiti. “Sia per la strage del Pilastro sia per l’uccisione dei carabinieri a Castel Maggiore abbiamo la certezza che le vittime furono mandate sul posto. Non può essere un caso”. Poi prosegue ricordando il ruolo mai del tutto chiarito di Domenico Macauda, il carabiniere sopravvissuto a uno degli agguati: “Ha ancora molto da dire su quei fatti, per i quali ha pagato solo in parte”. Un riferimento netto, privo di giri di parole, che si conclude con una nota personale e quasi simbolica della vicenda: “Suo figlio, che non deve pagare gli errori del padre, è diventato poliziotto. Forse non significa niente - ha sottolineato - ma è certamente un segnale”.
Macauda era infatti il carabiniere coinvolto nell’agguato di Castel Maggiore del 20 aprile 1988, uno dei primi delitti attribuiti alla banda dei fratelli Savi, nel quale persero la vita i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. In quell’occasione Macauda si salvò, ma il suo comportamento successivo sollevò sospetti molto pesanti. In particolare, fornì delle versioni contraddittorie, omise dettagli rilevanti e tentò di depistare le indagini. Quando Stefanini afferma che “Macauda ha ancora molto da dire”, si riferisce proprio a questo: al fatto che non tutto sia stato chiarito sul perché un carabiniere sopravvissuto a un agguato così feroce abbia scelto di mentire e se lo abbia fatto solo per paura o per proteggere qualcun altro.
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