Chiesti 15 arresti: quattro operatori della camera mortuaria e diverse imprese funebri nel mirino
Il Policlinico “Paolo Giaccone” è finito nel mirino della Procura di Palermo dopo che si è consolidato un vero e proprio sistema corruttivo attorno alle salme, capace di trasformare il dolore di numerose famiglie in un mercato redditizio. Le mazzette, che potevano variare da 50 a 400 euro, servivano per tutto: accelerare la riconsegna dei corpi, anticipare i tempi di vestizione, consentire un ultimo saluto ai defunti. Perfino cinque minuti accanto al corpo di una moglie appena morta potevano diventare una concessione a pagamento. Per questo la Procura ha chiesto quindici arresti con l’accusa di associazione per delinquere e corruzione.
Al centro dell’inchiesta ci sono quattro operatori della camera mortuaria dell’ospedale, ritenuti il perno di un meccanismo che avrebbe coinvolto anche diversi titolari di imprese funebri. Un patto diventato stabile che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso di aggirare le regole e lucrare su una procedura delicatissima come quella del rilascio delle salme, che per legge prevede l’attesa di 24 ore dal decesso per evitare casi di morte apparente.
Le famiglie, spesso inconsapevoli, delegavano ogni incombenza alle agenzie funebri. Sarebbero state queste ultime, in molti casi, a versare il denaro agli addetti della camera mortuaria, all’insaputa dei medici, per “smuovere le acque” e accorciare i tempi. Un’abitudine talmente radicata da essere raccontata come una regola non scritta. “Sempre 100 euro gli si dà se si vuole fare”, spiegava un impresario a un cliente. “Noi siamo abituati che tutti quelli delle ditte lasciano dei soldi”, confidava invece un impiegato, ignaro di essere intercettato.
Proprio le intercettazioni restituiscono la sostanza di un quadro macabro e lucroso. “Un mare di piccioli ci sono qua”, sottolinea uno degli operatori mentre osserva il collega contare il denaro infilato in una busta. Somme divise con perizia. Oltretutto, era maturata anche una sorta di solidarietà interna: se uno degli addetti era assente per ferie o malattia, la sua quota veniva comunque garantita. In un mese, racconta uno di loro, si potevano mettere da parte diverse centinaia di euro.
Secondo la Procura, in più occasioni si sarebbe sconfinato nella concussione. Chi non pagava rischiava ritorsioni, rallentamenti, ostacoli improvvisi. Le intercettazioni registrano frasi che suonano come vere e proprie minacce: se i soldi non sono “a posto”, la salma può restare ferma uno, due, tre giorni. E se qualcuno protesta, c’è chi arriva a dire che i parenti non verranno nemmeno fatti entrare.
Emblematico il caso raccontato da Repubblica: un uomo che chiede di vedere la moglie morta per pochi minuti, in attesa che arrivino i figli dall’estero. La risposta iniziale è un no secco, giustificato dalla presenza delle telecamere. Poi l’uomo chiude la porta, prende il portafogli e consegna 50 euro. L’atteggiamento cambia immediatamente: la “scinnuta” si può fare, tutti possono scendere. “Bravo, bravo”, dice il marito, mentre compra, di fatto, un ultimo saluto.
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