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Accademici e opposizione denunciano un precedente pericoloso, mentre cresce il dibattito su sicurezza e libertà di espressione 

Da settimane l’imam della moschea di San Salvario, Mohamed Shahin, che ora rischia di essere espulso dall’Italia, è rinchiuso nel Cpr di Caltanissetta. La Corte d’appello di Torino, chiamata a decidere sulla legittimità del suo trattenimento, lo ha convalidato respingendo le obiezioni della difesa. Tutto è iniziato dopo le frasi pronunciate il 9 ottobre durante una manifestazione pro-Palestina, quando il religioso aveva definito gli attacchi di Hamas una “reazione” e non una violenza, salvo poi chiarire di voler rivendicare soltanto il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Quelle parole, finite in una relazione della Digos, non hanno portato ad alcun procedimento penale - i magistrati le hanno archiviate come semplici opinioni, prive di rilevanza criminale - ma sono state sufficienti perché il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firmasse un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto, interpretandole come un sostegno al terrorismo.

Oltre alla decisione del Tribunale di Torino di legittimare il trattenimento dell’imam nel Cpr di Caltanissetta, a rendere il caso ancora più complesso c’è il fatto che il fascicolo relativo alla sua espulsione è stato classificato come “riservato” dal Viminale. Dunque, non è consultabile. Una decisione che ha provocato non poche perplessità.

Basti pensare che, nelle scorse settimane, il caso dell’imam della moschea di San Salvario è diventato oggetto di interesse collettivo, con ben 181 accademici che hanno firmato un appello denunciando il rischio di un precedente pericoloso, in cui un provvedimento amministrativo venga utilizzato per colpire la libertà di opinione. Anche la senatrice di Avs Ilaria Cucchi ha parlato apertamente di “deriva autoritaria”, avvertendo che il caso dell’imam torinese può trasformarsi in un messaggio intimidatorio rivolto agli attivisti pro-Palestina.

Come se non bastasse, accanto alla questione della segretezza, nel provvedimento - ha spiegato Repubblica - ci sarebbe anche un errore.

Si sostiene, infatti, che Shahin abbia due procedimenti penali in corso, ma in realtà l’unica denuncia a suo carico riguarda il blocco stradale del 17 maggio. La procura aveva aperto un secondo fascicolo sulle sue dichiarazioni, ma - come abbiamo detto - lo aveva archiviato subito dopo.

Ad ogni modo, la distanza tra le valutazioni della procura e quelle del tribunale resta il nodo principale. Per i magistrati torinesi le parole dell’imam non bastavano a un’azione penale; per la giudice Maria Cristina Pagano, invece, superano il limite dell’articolo 21 della Costituzione, perché in un contesto già teso possono incidere sull’ordine pubblico.

Intanto sul caso è intervenuta anche la politica. Il deputato di Avs, Marco Grimaldi, ha accusato il Viminale di aver adottato un provvedimento “grave e immotivato” e ha chiesto trasparenza, soprattutto alla luce del fatto che parte degli atti rimane segreta.

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