Capaci, 23 maggio 1992, “un posto insolito per pianificare un attentato, insolito per le difficoltà tecniche. Insolito perché il know-how richiesto per pianificarlo è la somma di capacità strategiche, ingegneria ed esplosivistica”. L’attentato aveva una “probabilità di successo scarsissima” poiché “colpire un’auto in movimento mentre corre a velocità sostenuta è tutt’altro che semplice”. Possibile che siano stati solo i mafiosi a compiere tutto questo?
Oppure c’erano altri attori presenti sulla scena?
Sono domande tutt’altro che scontate quelle sollevate dal criminologo forense Federico Carbone e dal consulente tecnico Manuele Avilloni. In un articolo pubblicato su Dark Side si illustrano i dati tecnici dell’esplosione di Capaci: il quadro che viene fuori stride con la narrazione semplicistica che vuole far passare Cosa nostra come la sola responsabile di quel drammatico evento.
“C’è chi sostiene che i veicoli viaggiavano ad una velocità sostenuta, circa 160 km/h; altri elementi portano a ritenere che vi fu una decelerazione della Croma bianca guidata da Falcone, fino a una andatura di circa 120 km/h. Questo, a nostro avviso, denota ancora di più la difficoltà nello scegliere il momento esatto della detonazione poiché la variabile velocità non è un dato costante. Supponiamo entrambe le velocità: a 160 km/h l’auto percorre 44,44 m/s, quindi 4,44 metri in un decimo di secondo. A una velocità di 120 km/h, invece, percorre 33,33 m/s, 3,33 metri al decimo di secondo. Sbagliare il momento esatto nel quale si preme il pulsante, di solo qualche decimo di secondo, diminuisce drasticamente la probabilità di successo. L’altro aspetto fondamentale che deve essere calcolato, con una precisione chirurgica, è il momento tra innesco e detonazione, in sostanza il ritardo tra l’azione di spingere il tasto di un radiocomando e la detonazione. Possiamo quindi inquadrare lo scenario in dei fattori chiave: il design del luogo, gli strumenti, il ritardo tra innesco e detonazione, l’andatura del bersaglio e il punto preciso nel quale far collimare tutti i calcoli. Come è possibile compiere un attentato del genere senza fare delle prove? Chi ha eseguito i calcoli? Chi ha scelto il metodo?”
Nell’articolo si specifica che questo attentato necessitava di “una pianificazione scientifica e strategica”. Da qui la prima anomalia, ma ve n’è un’altra altrettanto dirompente: la presenza di una donna. Sempre nell’articolo pubblicato su Dark Side si legge che “a dare un nome e un volto (seppur parziale) a questo spettro è il collaboratore di giustizia Antonio Lo Giudice”: questa donna, secondo il pentito, “accompagnava spesso Giovanni Aiello, il famigerato ‘Faccia da Mostro’, cerniera purulenta tra cosche e servizi segreti deviati. Si chiamava Antonella. Nell’ambiente, con quel cinismo tipico degli apparati, la chiamavano ‘la segretaria’. Secondo il pentito, Antonella era un’operativa. Una killer di Stato. Il dettaglio che fa la differenza, quello che sposta Capaci da ‘strage di mafia’ a ‘golpe militare’, è il suo curriculum. Lo Giudice riferisce che la donna non aveva imparato a sparare nei vicoli di Palermo, ma in una base militare ad Alghero. Alghero. Il nome evoca immediatamente i fantasmi della Guerra Fredda, il Centro Addestramento Guastatori, la struttura Stay Behind, Gladio. Lì, in quella Sardegna trasformata in palestra per operazioni coperte, Antonella sarebbe stata addestrata a compiere attentati e omicidi. Una professionista della destabilizzazione. Una donna capace di calcolare tempi, inneschi e vie di fuga con la freddezza di un contractor”.
Oltre a Lo Giudice c’è anche Pietro Riggio che parla di una donna: “Riferisce le confidenze ricevute da Giovanni Peluso, l’ex poliziotto e 007 che abbiamo già visto aggirarsi sul luogo del delitto con la disinvoltura del padrone di casa. Peluso gli avrebbe rivelato che quel 23 maggio, a osservare l’autostrada, c’era una donna appartenente ai servizi segreti della Libia”. Riggio poi “fornisce un riscontro inquietante: il padre di Marianna Castro (la compagna di Peluso che poi lo accuserà) sarebbe stato un appartenente ai servizi di sicurezza di Gheddafi. Un cortocircuito familiare e operativo che lega Roma, Palermo e Tripoli. Che ci faceva una 007 libica a Capaci? O forse ‘la libica’ e ‘Antonella’ sono la stessa persona, o due facce dello stesso ‘Gruppo per le operazioni speciali’ di cui parlava il collaboratore di giustizia Francesco Elmo? Un’entità ibrida, composta da agenti dei Servizi civili e militari, pronta a intervenire ‘a chiamata’ per il lavoro sporco”. E poi un terzo elemento che abbiamo già raccontato su ANTIMAFIADuemila.
Marianna Castro, durante il processo sul depistaggio sulla strage di Capaci ancora in corso a Caltanissetta, ha raccontato che Peluso, nell’estate del 1997, “mi portò a Capaci per vedere dove è stata fatta la strage. Mi ha descritto come avevano messo il tritolo nello scolo e mi disse la punta dove era partito il telecomando”.
“Mi disse che il telecomando non l’aveva premuto Brusca ma bensì i servizi segreti, loro”. “Con ‘loro’ intende il Peluso stesso?” ha chiesto il pm Pasquale Pacifico.
“Eh, loro. Poi io lì ho detto: ma che hai ammazzato la gente qua? E lui stava zitto, non rispondeva”. La testimone ha raccontato di aver conosciuto Peluso in Procura a Roma nel 1990, quando lui era un agente di polizia. “Abbiamo intrapreso un’amicizia, poi abbiamo intrapreso una relazione, finché poi ci siamo uniti e abbiamo fatto il primo figlio”; il periodo era tra “settembre del ’90 fino al 17 febbraio 2001”. La teste ha raccontato in aula che, quando lo ha conosciuto, “mi ha detto che faceva un lavoro particolare, che era stato al Sismi, poi negava, poi diceva che comunque faceva dei lavori particolari. Dopo un mese che è venuto a casa, mi sono ritrovata la mattina con degli ordigni dentro la sua macchina, una Lancia Thema”, colore blu, messi “dietro, involucrati dietro al cofano”. Questi esplosivi, ha detto Castro al pm Pasquale Pacifico, non si sa che fine abbiano fatto. Peluso “ha detto che stava facendo un lavoro particolare, delle indagini particolari e stava in contatto con delle persone particolari e faceva parte del Sismi all’epoca” – ha ribadito – aggiungendo che collaborava con Vincenzo Parisi, l’allora capo della Polizia di Stato, per alcune “indagini giù a Palermo”. Nello specifico, “lavori particolari come per i servizi”. Mentre era a Palermo ci fu la strage di Capaci e, due giorni dopo, tornò a casa: “Mi sembra strano che tu sei sceso e c’è stata la strage, sei tornato con una strage in atto, dico proprio quel periodo, glielo chiesi” – ha detto, sottolineando che Peluso le rispose che “era sceso per delle indagini a Palermo ed era capitata questa strage”. Peluso fu assente dal venerdì antecedente alla strage di Capaci, ha ripetuto il pubblico ministero. Castro ha confermato, specificando di averlo rivisto “lunedì sera a casa”, dopo un’assenza di tre giorni. La spiegazione data all’epoca era che Peluso aveva dovuto portare a Roma dei documenti da Palermo in relazione alla strage di Capaci.
Fonte: darksideitalia.it
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