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L’assassinio di Paolo Borsellino e dei membri della sua scorta s’intreccia con l’agenda rossa appartenuta al magistrato. La sua sparizione dal luogo della strage rappresenta uno degli obiettivi principali di quel tragico evento. Rilevo fin da subito che il furto non è attribuibile a Cosa Nostra. Secondo Antonino Caponnetto, dopo la strage di Capaci, Borsellino destinò tutte le proprie energie a indagare sull’omicidio del suo più caro amico, Giovanni Falcone. Durante il suo ultimo intervento pubblico, il 25 giugno 1992 a Palermo, dichiarò apertamente: "Sono concentrato e sto lavorando incessantemente sui motivi della strage di Capaci". Borsellino confidò a Caponnetto, e in seguito ne parlò anche pubblicamente, di avere raggiunto delle certezze inconfutabili riguardo alla strage. Affermò di essere testimone e che non avrebbe rivelato nulla prima di riferire formalmente i fatti alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, competente per territorio. Il procuratore Giovanni Tinebra, tuttavia, non lo ascoltò mai. Le sue rivelazioni furono così rilevanti da spingere un mafioso di spicco, Salvatore Montalto, capo mandamento di Villabate, detenuto con Angelo Siino, a commentare: "A questo (Borsellino) chi l’ha portato a parlare di certe cose?". Che cosa aveva capito Borsellino della strage di Capaci? Giancarlo Caselli fornisce una chiave di lettura, che condivido in toto: non si trattava di mafia-appalti, poiché Falcone non si occupò mai dello sviluppo giudiziario relativo a quel rapporto. Se ti stai concentrando sulla strage di Capaci, quindi sulla morte di Falcone, escludi sicuramente fatti di cui lui non si è mai occupato dal punto di vista investigativo. Quando Falcone ricevette il dossier, aveva già cessato le funzioni di pubblico ministero ed era a Roma per assumere l’incarico di direttore generale degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. La logica, prima dei fatti, esclude che il dossier mafia-appalti possa aver avuto alcuna rilevanza. L’attentato di via d’Amelio è legato a un "enigma" che Paolo Borsellino aveva compreso: dietro la strage di Capaci si celava una rete molto più ampia e complessa, composta di soggetti e interessi legati a organizzazioni politiche e mafiose, sia di matrice nazionale sia internazionale. Questo è il motivo della morte di Paolo Borsellino e prima di lui, di quella di Giovanni Falcone.

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