Nei rapporti tra clan e ultrà, nel bagarinaggio, nella finanza opaca e nelle scommesse illegali, ogni gol può valere milioni
Già nel 2017 la Commissione Antimafia ha messo in luce l’intreccio ben consolidato che vige tra mafie, criminalità comune e frange violente del tifo organizzato in seno ai club di Serie A e B. Uno scenario preoccupante, fatto di tifoserie organizzate che appaiono come realtà dirette o quantomeno influenzate dalle cosche.
È soprattutto all’interno degli stadi, ma anche fuori - come vedremo tra poco - che questi gruppi mettono in mostra metodi intimidatori per esercitare pressioni sulle società sportive e, contemporaneamente, utilizzano le curve per attività illecite come lo spaccio di droga, la vendita irregolare di biglietti e il merchandising parallelo di prodotti che portano il marchio dei vari club, come magliette, palloni e molto altro.
Ma l’attenzione delle mafie verso il mondo del calcio non si limita alle curve. I club sono diventati negli anni un punto di riferimento per le organizzazioni criminali, trasformandosi in un canale privilegiato per il riciclaggio di denaro. La lunga assenza di controlli adeguati sulla provenienza dei capitali ha fatto il resto.
Come se non bastasse, un altro fronte critico emerso negli ultimi anni sembra essere quello dei rapporti ambigui tra calciatori e criminalità organizzata. Rapporti che a volte servono a guadagnare visibilità e appoggi, altre volte, invece, a ottenere guadagni attraverso la manipolazione dei risultati delle partite. Diverse inchieste lo hanno ampiamente documentato: partite truccate che possono far guadagnare cifre davvero importanti.
In questo marasma, quelle che sembrano essere particolarmente interessate dalla criminalità organizzata sono le società dilettantistiche, particolarmente prive di risorse e di controlli adeguati. Spesso le mafie, consapevoli delle condizioni precarie di queste realtà, si offrono come valida, se non unica, soluzione ai problemi, soprattutto quelli di natura economica.
La questione ultras con la “benedizione” della ‘Ndrangheta
Poco più di un anno fa, alcuni arresti hanno travolto le curve di Milan e Inter, portando alla luce i legami vigenti tra tifo organizzato e crimine organizzato. Tutto è iniziato con l’omicidio di Antonio Bellocco, ucciso il 4 settembre 2024 da Andrea Beretta fuori da una palestra di Cernusco sul Naviglio, a Milano. Parliamo di un delitto che, come molti ricorderanno, ha avuto una grande risonanza mediatica, oltre a una notevole catena di confessioni, regolamenti di conti, indagini incrociate e crolli interni ai gruppi ultrà.
Da quel momento le due curve di San Siro sono finite al centro di un’inchiesta che ha svelato retroscena fatti di affari, violenza, relazioni opache con il mondo criminale e un potere ben più esteso di quanto si immaginasse.
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Beretta, figura centrale dell’indagine, ha iniziato a collaborare con i magistrati, raccontando il funzionamento dell’economia della curva Nord, le gerarchie interne, il sistema dei biglietti maggiorati, il peso del merchandising e la rete di rapporti che permetteva al gruppo di controllare i business intorno allo stadio. Il suo pentimento ha aperto uno squarcio anche sull’assassinio di Vittorio Boiocchi, storico leader interista: un omicidio che secondo la Procura sarebbe stato organizzato proprio dagli uomini finiti al centro dell’inchiesta, con l’intento di spartirsi potere e guadagni.
L’altra metà della città è stata poi travolta dalla figura di Luca Lucci, il “Toro” della curva Sud rossonera, un capo carismatico e temuto tanto nel tifo organizzato quanto nel mondo criminale. Le accuse contro di lui spaziano dal traffico internazionale di droga al tentato omicidio, con una rete di affari che dalla curva arrivava fino alla movida notturna milanese e ai rapporti con personaggi dello spettacolo come Fedez. Intorno a lui si muovevano figure ambigue, mediatori legati alla ‘Ndrangheta e organizzatori di eventi che utilizzavano la sua influenza per fissare concerti e gestire locali.
Ma andiamo più indietro nel tempo, fino al 2007, quando arrivano i primi segnali che la ‘Ndrangheta si stava interessando al business dei biglietti della Juventus. Un affare notevole, ben oltre il semplice bagarinaggio. Un affare talmente vantaggioso che qualche anno più tardi, nel 2012, qualcosa cambia. È durante quest’anno che il confine tra ultras e criminalità organizzata diventa molto più sottile. Al centro di questa nuova fase troviamo la figura di Rocco Dominello: giovane e apparentemente lontano dal solito immaginario del tifoso da curva, Dominello è il rampollo delle famiglie Pesce-Bellocco di Rosarno, una delle cosche più feroci della Calabria. Verrà condannato per mafia, ma prima di allora riesce a presentarsi alle curve come un punto di riferimento, un uomo “da tenersi buono” in caso di problemi, come dirà l’ex leader ultrà Ciccio Bucci, morto suicida poco dopo lo scoppio dell’inchiesta.
La Juventus ha sempre sostenuto di non avere la minima idea di ciò che si muovesse dietro Dominello. Eppure, quel giovane boss era abitualmente seduto in tribuna e non in curva, ed era riuscito ad avvicinare gran parte dei vertici societari bianconeri. Era persino riuscito a impossessarsi del redditizio mercato dei tagliandi. Ottenere il monopolio di questo flusso significa gestire soldi, avere rapporti con la società, decidere chi entra allo stadio e come. In pratica, una forma di potere che permette di controllare la curva dall’interno, anche per chi, come Dominello, le partite le vedeva dalla tribuna. Questo perché nella curva, chi controlla i biglietti controlla le persone. Decide chi può entrare, chi può guidare i cori, chi può esporre uno striscione, chi può sedere “dove conta” e chi invece no. È un potere di fatto. Così, nell’arco di pochi anni, Dominello non si limita a entrare nel mondo degli ultras: diventa il garante dell’ordine interno, il mediatore delle tensioni, il punto di riferimento in caso di conflitti.
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In un mondo di debiti
Secondo le analisi più recenti sui bilanci 2023-24, l’indebitamento complessivo dei 20 club di Serie A si aggira intorno ai 4,6 miliardi di euro. Cifre da capogiro che, se allargate a tutto il calcio professionistico, portano a un debito complessivo - secondo un report FIGC e Report Calcio - di circa 5,5 miliardi, con perdite cumulate negli ultimi 17 anni pari a 9,3 miliardi.
Stando alla classifica pubblicata da “Calcio e Finanza”, chi sembra se la stia passando peggio è l’Inter, al primo posto, con un debito “lordo” di circa 735 milioni di euro. Segue la Juventus con 639 milioni e poi l’AS Roma con 636 milioni. Seguono, dal quarto al decimo posto: Milan (324 milioni), Lazio (283), Genoa (266), Napoli (243), Sassuolo (200), Atalanta (181) e Torino, tra i più virtuosi, con 159 milioni.
Ora la domanda è lecita: perché i club italiani sono così indebitati?
Le cause sono diverse, anche se le principali sono intuitive: stipendi e costi sportivi fuori controllo; stadi vecchi con ricavi limitati, spesso impianti comunali obsoleti; plusvalenze e debito bancario, dentro il quale c’è un pò di tutto, compresi i debiti verso altri club e l’accumulo nel tempo di crediti derivanti dai diritti televisivi ceduti alle società di factoring, come Banca Sistema. Parliamo di società che anticipano liquidità ai club, soldi che poi però vanno restituiti con interessi, commissioni e spese accessorie.
Soluzioni che nel breve portano ossigeno, ma nel medio e lungo periodo generano un accumulo significativo di debito sempre più difficile da gestire. Tanto che negli ultimi due anni diversi club di Serie A hanno deciso di intraprendere la ristrutturazione del debito. Peccato che anche questo strumento non sia sempre praticabile: allungare scadenze, cambiare tassi, convertire quote in capitale o rinunciare a una parte del credito in cambio di un piano credibile non è sempre una strada percorribile.
È qui che entrano in gioco i fondi esteri, ed è proprio qui che le cose iniziano a farsi curiose.
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I fondi che “salvano” i club italiani
Nel 2017 il Milan finisce nelle mani dell’imprenditore cinese Yonghong Li, che per comprare il club si indebita pesantemente con il fondo americano Elliott. Il patto è semplice: denaro subito in cambio di un pegno sulle azioni.
Quando, nell’estate 2018, Li non riesce a rimborsare i 32 milioni previsti per l’aumento di capitale, il fondo diventa il proprietario del Milan. Da lì Elliott si comporta come fa con le aziende in difficoltà: taglia i costi, sistema i conti, aumenta i ricavi e rimette in carreggiata la società. Quando nel 2022 arriva la vittoria dello scudetto, il Milan non è ancora una macchina perfetta, ma è di nuovo un asset appetibile. In agosto entra in scena RedBird Capital Partners, fondo americano specializzato in sport e media, che rileva il controllo del club per circa 1,2 miliardi di euro, in parte finanziati proprio da Elliott attraverso un prestito al compratore. La valutazione pagata da RedBird - più del doppio rispetto alla stima di Forbes dell’anno precedente - è stata letta da molti analisti come il segno di una vera e propria bolla sul calcio europeo.
Poi c’è il caso Inter. La proprietà cinese Suning dell’imprenditore Zhang, entrata nel 2016 con grandi promesse di espansione europea, si ritrova travolta dalla pandemia e dalla stretta di Pechino sugli investimenti all’estero. I conti del club esplodono, il debito aumenta, e le banche si fanno caute. Nel maggio 2021 arriva Oaktree, fondo californiano specializzato in obbligazioni e finanziamenti: 275 milioni di prestito alle holding di Steven Zhang, al tasso del 12%, garantiti da un pegno sulle quote che controllano l’Inter. Anche qui il patto è chiaro fin dall’inizio: o il debito viene rimborsato alla scadenza oppure il fondo si prende il club. Quando il 21 maggio 2024 il termine scade e Suning non restituisce circa 395 milioni tra capitale e interessi, Oaktree diventa il nuovo proprietario dell’Inter. Il resto che seguirà non è molto diverso dal caso Elliott con il Milan.
Ma di casi come Inter e Milan, seppur con alcune differenze, ce ne sono altri. Come il Genoa, ad esempio. La squadra viene salvata dal fondo statunitense 777 Partners, che tra il 2024 e il 2025 viene travolto da azioni legali e richieste di liquidazione, fino alla perdita del controllo del proprio portafoglio calcistico, nel quale c’era anche il Genoa. Nel tentativo di evitare il baratro, a dicembre 2024 arriva la svolta: il club viene ceduto all’imprenditore rumeno Dan Șucu, già attivo nel calcio europeo.
Il Tesoro britannico accende i fari sulle zone grigie del calcio
Iniziamo dal Regno Unito. Tra i primi a mettere nero su bianco ciò che si sussurrava da anni è stato il Tesoro britannico, che ha posto sotto lente d’ingrandimento la presenza massiccia della finanza internazionale nel calcio, come possibile terreno fertile per il riciclaggio di denaro, la frode e la corruzione. A raccontarlo è stato il Times, che ha pubblicato il recente rapporto del Tesoro sui rischi legati al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, nel quale è stata dedicata un’intera sezione alle società calcistiche che sono finite al centro di un sistema in grado di muovere miliardi e attirare investitori da ogni parte del mondo.
Il calcio è un’industria gigantesca: la sola Premier League ha generato oltre 6 miliardi di sterline di fatturato nel 2023-24. Per restare competitivi servono investimenti continui, e questa fame di capitali rende i club vulnerabili a soggetti pronti a offrire denaro “facile” in cambio di accesso e influenza. È in questa zona grigia che, secondo il Tesoro britannico, si inseriscono potenziali operatori criminali.
Il problema più serio sta nelle strutture proprietarie: catene di società offshore, fondi di private equity, holding di comodo registrate in giurisdizioni a bassa trasparenza. Un mosaico di scatole cinesi che rende complicato, se non impossibile, risalire al beneficiario reale dei capitali. Il rapporto del Tesoro conferma la diagnosi: molti club utilizzano strutture basate in paradisi fiscali, con livelli minimi di supervisione normativa. E quando l’origine del denaro è opaca, distinguere tra investitore legittimo e società di facciata diventa molto difficile.
Poi ci sono gli agenti e gli intermediari. Le commissioni che transitano nelle loro mani sono enormi, spesso poco tracciate. Parliamo di un sistema che consente ancora la doppia rappresentanza, con procuratori che trattano allo stesso tempo per il giocatore e per il club. Per questo il Tesoro londinese ha lanciato un avvertimento: flussi così difficili da verificare possono diventare un canale ideale per riciclare denaro o pagare tangenti.
A tutto questo si aggiungono fenomeni più antichi e mai scomparsi, come le scommesse illegali e le partite truccate. Anche oggi resistono nel calcio globalizzato, ma lo fanno intrecciandosi con architetture finanziarie molto più sofisticate. Il risultato è un ambiente in cui criminalità organizzata, speculatori e intermediari senza scrupoli trovano spazi sempre più ampi per muoversi con relativa facilità.
E in Italia?
Per quanto riguarda il Bel Paese, le cose non sembrano andare meglio, anzi. I segnali che indicano la necessità di preoccuparsi non mancano. L’ultimo, in ordine di tempo, arriva da Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, dove la Juve Stabia è stata commissariata per infiltrazioni camorristiche. È il secondo club italiano chiuso per motivi simili in pochi mesi: ad anticiparlo era stato infatti il Foggia, che milita in serie C.
Tornando alla Juve Stabia, il suo caso rappresenta la fotografia perfetta del caos in corso. Se n’è occupato il settimanale “l’Espresso”, che ha raccontato come il club avesse aperto a un investitore straniero: la Brera Holding, società irlandese guidata dall’italoamericano Daniel Joseph McClory, che negli ultimi anni ha comprato squadre in mezzo mondo. Nonostante l’enorme mole di denaro arrivata nelle casse del club, la società è comunque finita in amministrazione giudiziaria. Gli inquirenti hanno spiegato che la nuova proprietà non aveva sviluppato e messo in campo controlli adeguati contro relazioni economiche fortemente inquinate dalla criminalità organizzata.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha infatti scoperto che il clan D’Alessandro, attivo a Castellammare di Stabia, oltre a mettere le mani nei servizi pubblici essenziali - compresi quello ospedaliero e il servizio del 118 - aveva anche pianificato l’infiltrazione nel club stabiese, arrivando persino a controllare il servizio di ristorazione dello stadio “Romeo Menti”, una delle attività più redditizie durante le partite.
Milano. Sede Lega Calcio © Imagoeconomica
Per quanto riguarda il Foggia Calcio, invece, è stato posto in amministrazione giudiziaria dopo che la compagine mafiosa Sinesi-Francavilla mirava a entrare nei meccanismi economici del club: sponsorizzazioni, accrediti allo stadio, assunzioni e rapporti professionali. Le indagini della DDA di Bari hanno portato all’arresto di quattro ultras legati al clan e all’emissione di 52 daspo contro altri pregiudicati della provincia. Per spingere la dirigenza ad accettare le richieste della criminalità foggiana, non sono mancate attentati e intimidazioni: fucilate contro auto, incendi e perfino una bomba rudimentale collocata vicino alla vettura del vicepresidente della squadra, Emanuele Canonico.
C’è poi un altro fronte che, all’estero come in Italia, suscita numerose preoccupazioni: quello del calcio scommesse. Da Sandro Tonali nel Newcastle United, in Premier League, a Nicolò Zaniolo in prestito all’Udinese dal Galatasaray, fino a Nicolò Fagioli alla Fiorentina, i casi di scommesse illegali non mancano. Dopo che un’inchiesta della Procura di Milano ha scoperchiato un sistema clandestino e consolidato di gioco online su piattaforme non autorizzate, una dozzina di calciatori di Serie A è finita in una vicenda fatta di prestanomi, denaro sporco e riciclaggio.
Secondo la ricostruzione delle Fiamme Gialle, le piattaforme, tutte offshore, erano gestite da un gruppo attivo nell’area milanese, con una rete di pagamenti progettata per nascondere la provenienza del denaro. I debiti dei giocatori venivano estinti con bonifici camuffati da acquisti di lusso in una gioielleria milanese, dove orologi e gioielli non venivano mai consegnati, oppure tramite carte PostePay e conti correnti intestati a prestanome. Gli investigatori sostengono che i calciatori non solo avrebbero utilizzato queste piattaforme, ma in alcuni casi le avrebbero persino pubblicizzate ad altri colleghi. In particolare Tonali e Fagioli avrebbero svolto un ruolo di promotori del sistema, ricevendo bonus per ogni nuovo scommettitore portato nella rete.
Parlando con i PM, Sandro Tonali ha detto: “Ho cominciato a giocare perché la mia giornata non era impegnata molte ore. Ho iniziato quando avevo circa 17 anni e militavo nel Brescia, in prima squadra, dove c’erano anche dei maggiorenni”.
Nicolò Fagioli, invece, ha dichiarato: “Gli organizzatori dei siti mi avevano proposto un vantaggio se avessi portato altri scommettitori, ma non volevo assolutamente guadagnare sugli amici”. 
Fate il vostro gioco
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, almeno 18 milioni di persone hanno giocato nell’ultimo anno e 5,5 milioni lo fanno abitualmente. Un milione e mezzo sono giocatori patologici e, sommati a chi è a rischio, arrivano a quasi tre milioni. Insomma, in Italia il gioco d’azzardo è diventato un fenomeno di massa, dove moltissimi vengono trascinati in una spirale fatta di debito e dipendenza che finisce per colpire anche le famiglie, con un danno sociale enorme che divora qualità della vita, relazioni e stabilità economica.
Ed è proprio su questo terreno che si muovono le mafie, che da decenni hanno sviluppato doti e inclinazioni tipiche delle multinazionali. A confermarlo sono anche le fondazioni antiusura, che raccontano come almeno un quinto delle persone che chiedono aiuto sia caduto in difficoltà proprio a causa del gioco, spesso dopo aver accumulato debiti multipli o aver ceduto parte dello stipendio.
A inquietare ulteriormente è il fatto che questa ferita non riguardi più soltanto gli adulti. Come ha spiegato anche Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, che ha presentato un rapporto sulle connessioni tra mafie e gioco d’azzardo, a finire nella rete della dipendenza sono sempre più minori. L’ISS ha segnalato infatti che il gioco d’azzardo minorile è in forte crescita: oltre il 60% degli studenti ha giocato almeno una volta e più della metà nell’ultimo anno, nonostante i divieti. Gratta e Vinci, scommesse sportive, poker e slot sono tra i giochi preferiti dai minori e spesso accessibili senza particolari controlli nelle sale e nei bar. L’online poi raddoppia i rischi: la probabilità di sviluppare comportamenti patologici è molto più alta. Così come è più alto l’impatto nel Mezzogiorno, dove pesano povertà, scarsa prevenzione e mancanza di lavoro. I minori problematici sono oggi circa 90 mila, in crescita. Chi rientra in questa categoria tende a frequentare ambienti a rischio, consumare sostanze e avvicinarsi ad attività in conflitto con la legge.
Accanto alla dipendenza c’è il capitolo più oscuro: l’usura. Complice è l’illusione del “colpo grosso”, che trascina molte famiglie verso prestiti illegali con interessi che, nelle inchieste della Guardia di Finanza, hanno raggiunto livelli mostruosi: dal 275% mensile a Napoli al 300% di Firenze, fino al 1000% a Bari. Anche per questo motivo - ha precisato Libera nel suo report - le mafie hanno moltiplicato la portata del fenomeno.
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