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L'inchiesta riparte da una mappa: “Spotlight” torna sul caso di Aldo Moro. Il grande statista della DC è stato ammazzato dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978, dopo 55 giorni di prigionia. Una nuova mappa ritrovata tra i reperti del covo di via Gradoli, la base dove fu progettato l'attentato di via Fani, ora suggerisce una nuova pista. Nell'inchiesta, andata in onda lunedì 13 ottobre alle 22:30 su RaiNews24, Federico Zatti riporta a quei drammatici giorni e, attraverso filmati d’archivio, documenti e interviste, racconta “quello che non torna” sulla prigione di via Montalcini. L’ipotesi, formulata per la prima volta, si basa su una mappa che probabilmente si riferisce alla Loyola University, l’università americana dei gesuiti che ha sede in via Massimi, a pochi minuti di auto da via Fani, luogo del sequestro del leader della DC.
La mappa sembra descrivere con precisione alcune strutture del campus, come un chiostro, una biblioteca circolare e un dormitorio.
Un’ipotesi avvalorata dal “reperto n. 42”, una borsa con sopra scritto “Loyola University” rinvenuta nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, quartier generale delle BR. Inoltre, l’inchiesta suggerisce che Aldo Moro possa essere stato tenuto prigioniero, almeno inizialmente, non solo in via Montalcini, come dichiarato dai brigatisti.

La scena del sequestro

Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione Moro, sostiene che la scena del crimine sia stata manipolata per depistare le indagini, omettendo elementi cruciali e abituando l’opinione pubblica a considerare le nuove scoperte come insufficienti: “Non hanno sottratto qualcosa dalle scene del crimine, hanno riempito la scena del crimine di tutto quello che non c’era, perché in questo modo hanno abituato l’opinione pubblica che anche cose sconvolgenti che la Quarta Commissione ha tirato fuori erano sempre troppo poco. L’altro tipo di depistaggio è l’omissione, cioè in molti sapevano, in un altro contesto, e molti potevano sapere e non hanno voluto sapere”.
Altra questione è la fuga dei brigatisti dopo il rapimento del leader della DC: “Esistevano blocchi, posti di blocco ovunque. Un lungo tragitto per un’automobile di cui era stata già ricevuta la descrizione compiuta da parte dei testimoni oculari e di cui perfino si conoscevano i numeri di targa. Altissimo era il rischio di essere intercettati”, ha spiegato Gianfranco Donadio, ex procuratore capo di Lagonegro e consulente della Commissione Moro.
Ma se invece si fossero fermati in un luogo sicuro nelle immediate vicinanze di via Fani? Come in una staffetta, i casuali spettatori della fuga dei brigatisti non perdono mai di vista le auto, restituendo un racconto coerente, privo di interruzioni, che scorre tutto d’un fiato da via Fani fino a via Massimi. Qui c’è la svolta per la breve strada privata che porta alla Loyola University e al convento delle Suore Domenicane. Da qui in poi nessun altro testimone vedrà più le auto in fuga, da qui i brigatisti scompaiono del tutto.

I cinque colpi

La Commissione Moro ipotizza l’intervento di tiratori scelti durante l’agguato di via Fani, capaci di colpire con precisione gli agenti della scorta senza ferire Moro, indicando un livello di professionalità non necessariamente attribuibile ai soli brigatisti.
Quelli che hanno sparato i cinque colpi singoli sono riusciti a uccidere Ricci e Leonardi senza colpire Moro, che stava in mezzo e leggeva; quindi era gente che aveva capacità”, ha detto Giuseppe Fioroni. La complessità dell’operazione e il possibile utilizzo di una struttura come la Loyola University implicherebbero coperture di alto livello. Le auto usate dai brigatisti (Fiat 128 bianca e blu) furono abbandonate in via Licinio Calvo in momenti diversi, suggerendo la presenza di una base operativa vicina. Testimonianze indicano anche la presenza di Prospero Gallinari, brigatista, ospitato in un appartamento di via Massimi.

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