Metodi d’indagine che lasciano dei dubbi: nelle carte processuali allusioni e testimonianze contraddittorie
“Mi trovo qua in mezzo a voi con questo affetto straordinario che per me è una grande vittoria”.
Alaa Faraj, ragazzo libico arrivato in Italia attraversando il Mediterraneo.
In realtà la sua è una vita spezzata, ma non vinta: prima un ragazzo di vent’anni, calciatore di talento, che studia Ingegneria e ha una bellissima famiglia e amici fraterni; nel nostro Paese, invece, per la giustizia, è un trafficante stragista. Già in carcere da 10 anni, ne dovrà scontare altri 20.
Due altri ragazzi sono stati condannati assieme a lui per la “strage di Ferragosto” del 2015, 49 corpi in tutto.
Serviva un capro espiatorio, e hanno preso lui, più altri due.
La sostanza di questa storia è racchiusa dentro un libro: Perché ero ragazzo, appena uscito per Sellerio.
Sul sagrato della Chiesa di Palermo sono accorsi in molti a vederlo, non solo il libro, ma Alaa, che ha ottenuto il suo primo permesso fuori dal carcere. 
Con lui sul palco c’erano l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, la giornalista Elvira Terranova, la professoressa di filosofia del diritto Alessandra Sciurba, la giornalista Daria Bignardi e il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky (in collegamento da remoto).
“Dell’Italia io conosco solo tribunali e il carcere, oltre non ho visto mai niente praticamente” ha detto Alaa, aggiungendo che sarà sempre grato “all’Italia che mi ha preso in mezzo al mare. Se non arrivavano gli uomini della Guardia Costiera della Marina Militare a salvarmi, non sarei qui a parlare, a raccontare questa storia”. “Io ho perdonato chi ha sbagliato, perché la giustizia è una cosa divina, però è amministrata dall’uomo. Dove c’è l’uomo c’è sempre l’errore”.
“Questo libro per me è stata una vera terapia. Vado orgoglioso di questo libro. Quella che ho passato io, non la passerà nessun altro. Spero di essere una lezione per qualcuno” ha detto dal palco. “Dentro questo libro nessun sentimentalismo. Dentro questo libro c’è un giovane, un uomo, perché ero ragazzo. Dieci anni sono già trascorsi, avete sentito? Ne dovrebbero trascorrere altri venti” ha aggiunto Lorefice.
Eppure Alaa non si è indurito: non ha mai pronunciato una parola di odio, di condanna. 
Davanti alla Cattedrale di Palermo è sembrato di assistere a un alto incontro in cui si è parlato anche di fede, di forza interiore, ma sempre molto umana.
“Ciò che mi colpisce di questa vicenda lo trovo nella postura umana e spirituale di Alaa. La postura umana. Voi immaginate che cosa significa che un ragazzo a 19 anni, in un altro mondo, in una lingua che non è la sua, deve sentire lui che ha nel cuore quella che è l’aspirazione tipica di quell’età. Di avere pienezza, di realizzarsi. Pensate, realizzarsi studiando e realizzarsi giocando a calcio e invece si porta dentro il dramma” ha detto il sacerdote.
Per il nostro Paese questo giovane è un numero. Un plico di fogli in un cassetto. Un’altra storia ignorata.
Ma quanta ricchezza potrebbe portare! 
“Questa persona ci testimonia una grande forza di resistenza morale” ha detto Zagrebelsky. “In nessuna di queste pagine ho trovato una parola di astio, di recriminazione. Da giurista aggiungo che quello che mi ha molto colpito, al di là della sua reazione di fronte al motto ‘la legge è uguale per tutti’, che sappiamo essere più un’aspirazione che una descrizione della realtà, è la sua fiducia, lo dice più volte, nello Stato di diritto che lui vede presente come realtà nel nostro Paese. Lo Stato di diritto, ma lo Stato di diritto non è lo Stato semplicemente legale, perché se la legge va contro le esigenze di giustizia questo non è lo Stato di diritto, questo è lo Stato dove la legge può legiferare raccogliendo non la giustizia, ma la forza, l’oppressione, la strumentalizzazione”.
Per aver ideato questo libro, Alessandra Sciurba è stata espulsa dal carcere dove è detenuto Alaa.
“Però continuiamo a scriverci” ha detto. “Io conoscevo la sua storia prima di conoscerlo, perché chiunque si occupa di diritti umani, di mare, di immigrazione conosce la storia dei calciatori libici come l’emblema della criminalizzazione degli innocenti. L’articolo 12 del Testo Unico sull’immigrazione e favoreggiamento della cosiddetta immigrazione clandestina è un articolo scritto con l’inchiostro della propaganda e serve soltanto a colpire le navi che soccorrono.
Quanta paura fanno le navi che portano l’umanità in mare? E le persone che quel mare lo attraversano?”.
Foto © Paolo Bassani
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