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Le accuse di legami con Cosa Nostra non reggono: imputati prosciolti, il tribunale dispone la restituzione dei beni

Si è da poco conclusa al Tribunale di Enna una vicenda processuale che ha coinvolto una rete di imprenditori e presunti fiancheggiatori di Cosa Nostra, con ramificazioni tra Enna, Gela e alcune zone del Palermitano. Al centro del processo, Gabriele Giacomo Stanzù, imprenditore di Valguarnera con precedenti penali, accusato di essere stato il punto di raccordo tra i clan di Gela e quelli dell’Ennese e di aver favorito la latitanza di boss di primo piano, come Sebastiano Rampulla di Mistretta e il gelese Daniele Emmanuello. Tuttavia, le accuse nei suoi confronti sono cadute in prescrizione, motivo per il quale è uscito dal procedimento senza una condanna.  

La figura di Stanzù, del resto, è legata a un passato criminale già noto. Nel 1998, infatti, per vendicare la morte del padre, si rivolse al boss Emmanuello chiedendogli due sicari, che uccisero Franco Saffila, un trattorista di Aidone ritenuto da lui responsabile dell’omicidio.  

Nel processo appena concluso, insieme a Stanzù comparivano anche altri imputati, tra cui Nicola Antonino Stanzù, i fratelli Antonio, Domenico e Giacomo Di Dio, Giuseppe Fascetto Sivillo, Caterina Primo e altri ancora. Le principali contestazioni riguardavano l’intestazione fittizia di beni, con l’accusa di aver contribuito a occultare il patrimonio di Stanzù per sottrarlo a sequestri e confische. Anche in questo caso, però, le prove non hanno retto e i reati sono nel frattempo caduti in prescrizione. 

Più pesante era invece l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, con riferimento alle famiglie legate al mandamento di San Mauro Castelverde. Secondo l’accusa, alcuni imputati avrebbero favorito l’infiltrazione delle cosche in attività economiche formalmente lecite, soprattutto nel settore agricolo. Le aziende a loro riconducibili sarebbero state utilizzate per simulare, attraverso contratti fittizi di vendita o di affitto, la disponibilità di terreni e beni, così da eludere eventuali sequestri e, al tempo stesso, ottenere contributi europei destinati all’agricoltura, parte dei quali sarebbe poi confluita nelle casse mafiose. Anche questa ricostruzione, però, non ha trovato riscontro nelle prove e tutti gli imputati sono stati assolti con formula piena, “perché il fatto non sussiste”. Tra i prosciolti figurano anche Maurizio e Antonino Spitaleri e Antonio Giovanni Maranto, accusati di presunti trasferimenti fraudolenti di beni. 

L’unica condanna emessa dal collegio riguarda i fratelli Antonio, Domenico e Giacomo Di Dio, giudicati colpevoli non di reati di mafia ma di truffa, riqualificata in tentata truffa, per la quale sono stati condannati a un anno e quattro mesi di reclusione. Tutti gli altri imputati, compresi i membri della famiglia Stanzù, hanno invece ottenuto la restituzione dei beni sequestrati durante il procedimento.  

Fonte: LiveSicilia 

Foto © Imagoeconomica 

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