Pietro Lucifora meditava di “acchiappare tutti in un colpo”: un piano studiato nei minimi dettagli
Pietro Lucifora, 48 anni, reggente del clan Scalisi di Adrano (Catania), dopo la morte del figlio diciassettenne Nicolò Alfio, ucciso a coltellate durante una rissa il 20 aprile 2025 a Floridia, nel Siracusano, meditava vendetta.
Una sete di sangue, quella del boss, che emerge con chiarezza negli atti: parlando con la convivente, Lucifora diceva testualmente: “Io devo acchiappare a tutti in un colpo…”, aggiungendo che avrebbe cercato le vittime “dove giocano al calcetto”, per poi usare “una motocicletta e bum bum li levo”. Frasi riportate anche nel provvedimento del gip di Catania, Simona Ragazzi, parte delle oltre 520 pagine dell’ordinanza che hanno portato all’esecuzione di arresti e fermi da parte della polizia.
Il desiderio di vendetta del boss non si è placato neppure dopo l’arresto del presunto autore materiale dell’omicidio, un ventiduenne fermato pochi giorni dopo il delitto. Diverse minacce sono state rivolte via social al fratello del giovane, con messaggi come: “goditi i giorni di pace che appena arriva la guerra non ti piacerà”. Davanti al pericolo di un’azione armata imminente, la Procura di Catania ha disposto dieci fermi, compreso quello di Lucifora, poi convalidati dal gip. Altre quattordici persone sono state arrestate con accuse che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti, dall’estorsione alla detenzione di armi e alla ricettazione. Complessivamente, nell’inchiesta risultano 40 indagati.
Le indagini, condotte dalla squadra mobile e dal commissariato di Adrano sotto il coordinamento della Procura, descrivono un piano studiato nei dettagli dal boss. Secondo gli investigatori, un “gruppo di fuoco” sarebbe dovuto partire da Chieti, dove vive uno zio di Lucifora, Pietro Schilirò, che avrebbe fornito un furgone senza GPS per non essere tracciato e due divise da carabinieri per avvicinarsi indisturbati agli obiettivi. L’idea era quella di “scendere da Chieti in Sicilia, commettere la strage e risalire a Chieti”, lasciando i cellulari nella città abruzzese per crearsi un alibi e procurandosi nuove schede per comunicare durante l’azione.
Dalle indagini è emerso anche il coinvolgimento di altri soggetti, come il fratello del reggente, Mario Lucifora, che “si stava adoperando per trovare delle armi da utilizzare nel corso dell'azione cruenta”. Nel garage dello zio a Chieti la polizia ha sequestrato due divise simili a quelle dell’Arma. Il procuratore di Catania, Francesco Curcio, ha sottolineato che il lavoro investigativo sulle organizzazioni criminali ha permesso di intercettare il progetto già nella fase di pianificazione, scongiurando così il rischio di uno o più omicidi che sarebbero stati messi in atto “in questi giorni contro le vittime predestinate”.
Fonte: Ansa
