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Il fratello del giovane cronista ucciso dalla Camorra: “Chi voleva capire chiamava Giancarlo”

Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino, con i suoi articoli portò alla luce i legami oscuri tra clan camorristici e politica, pagando con la vita il coraggio delle sue inchieste. Nel giugno del 1985 scrive del ruolo dei Nuvoletta nell’arresto del boss Valentino Gionta, ipotizzando che il clan lo avesse “sacrificato” per chiudere la sanguinosa faida con i Bardellino. Rivelazioni che segneranno per sempre il suo destino: il 23 settembre dello stesso anno, a soli 26 anni, Siani viene assassinato a Napoli con dieci colpi di pistola mentre parcheggia la sua Méhari verde, oggi simbolo della sua memoria.

A ricordarlo è stato ancora una volta suo fratello, Paolo Siani, che a quarant’anni dall’omicidio ha ripercorso la memoria del giovane cronista de Il Mattino, attraverso una lunga intervista con Fanpage.it. Per farlo rievoca proprio Torre Annunziata, luogo da dove Giancarlo Siani raccontava una realtà difficile, spesso ignorata e profondamente segnata dalla Camorra. Suo fratello Paolo, infatti, ricorda ancora molto chiaramente come, dopo la strage del Circolo dei pescatori nel 1984, Giancarlo divenne un punto di riferimento per chiunque volesse capire cosa stava accadendo in quella città. “Noi non sapevamo cosa ci fosse a Torre Annunziata, non la frequentavamo né noi né lui. Però piano piano cominciammo a capire che era un posto complicato. E ne avemmo la certezza quando avvenne la strage, che era una domenica di agosto. Io mi ricordo che lui era al mare con Daniela, e chiamavano già a casa da tutta Italia per sapere cosa fosse successo. E là ci rendemmo conto che Torre Annunziata era effettivamente un posto complicato, anche pericoloso. E che Giancarlo era già un punto di riferimento per tanti giornalisti. Chi doveva sapere qualcosa su quella roba chiamava Giancarlo, che spiegava i fenomeni, raccontava i fatti. Non c’erano computer, non c’era Google: o c'era un esperto che conosceva i fatti, che stava là, oppure non potevi scrivere niente. E lui scrisse”.

Dopo la morte del giovane Siani, per la sua famiglia si aprì un periodo devastante. “Quando successe questa drammatica esperienza nella mia vita, io - ha ricordato Paolo Siani - dopo un po' capii che per poter far sì che avesse giustizia Giancarlo dovevo parlarne, dovevo raccontare chi era. E quindi pensai di andare nelle scuole, dire: ‘Parliamo di Giancarlo’. La reazione, nell’86-87, dei presidi delle scuole era: ‘Ma che c’entra la scuola con la Camorra? Non ci riguarda. Mi dispiace, no’”.

Eppure proprio lì, nelle scuole, arriva la svolta. Parlare di Giancarlo Siani agli studenti diventa infatti un modo per tramandarne la memoria e trasformarla in strumento di coscienza civile. Con il tempo, e grazie anche al sostegno di figure come Sergio Zavoli, direttore de Il Mattino, questo impegno evolve fino a diventare un movimento collettivo che oggi porta la storia del giovane Siani in tutta Italia.  

Foto © Imagoeconomica 

 

Oggi, la Fondazione Giancarlo Siani, creata dalla famiglia insieme a tanti amici e sostenitori, è lo strumento principale per continuare quel lavoro. “L’obiettivo principale nostro è che si parli di Giancarlo. Quest’anno usciremo con un libro edito da Marotta e Cafiero, un libro fatto in due parti: si legge un lato A, poi si gira e c’è il lato B. Come ha scritto Ludovica, mia figlia, nella prefazione, è una clessidra: c’è il lato A, il racconto di Giancarlo, quello che lui scriveva. Poi finisce il tempo, finisce la sua storia, e tu giri il libro: la clessidra ricomincia a scorrere, e ricomincia il racconto dopo Giancarlo. Quindi ci sono i racconti di chi lo ha conosciuto, i suoi amici, ma anche scrittori, registi come Marco Risi, gente che lo ha interpretato e raccontato dopo. È un libro che racconta il prima e il dopo. Noi ci auguriamo che sarà così: che parlerà di lui anche senza di noi, e anche dopo di noi. Quarant’anni dopo non era affatto scontato che io stessi qua a parlarne oggi. E che tanti ragazzi, che non ho mai conosciuto, oggi lo ricordino. E quando vedono la Méhari o vedono il suo volto, sanno chi era e cosa faceva”.

 

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