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L’isola diventa crocevia del narcotraffico internazionale: i capitali illeciti si trasformano in droga

L’ennesimo assalto a un portavalori in Sardegna, compiuto con modalità paramilitari e un arsenale da guerra, riaccende i riflettori su un fenomeno che non è più episodico, ma strutturato. A descrivere la portata di questo scenario è il procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio, che ai microfoni del quotidiano “La Nuova Sardegna” parla senza giri di parole: “L’assalto era assolutamente previsto e prevedibile. Non possiamo più fingere di trovarci di fronte a episodi isolati. Siamo davanti a un fenomeno che ha assunto dimensioni preoccupanti per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Secondo il magistrato, nelle aree rurali del centro dell’isola si muove un nucleo compatto di criminali, “uno zoccolo duro di malviventi, numericamente contenuto ma con competenze particolari, disponibilità di armi ed esplosivi, ben protetto all’interno delle zone rurali”. Attorno a questo gruppo gravitano altri complici: un “sistema modulare”, capace di comporsi e ricomporsi a seconda delle necessità e di pianificare assalti milionari a caveau o portavalori.

Le armi, spesso mitra ed esplosivi, non arrivano soltanto da vecchi depositi clandestini. “Molto materiale bellico - ha precisato Patronaggio - proviene dall’Est europeo, oppure è frutto di alleanze con clan mafiosi del continente, in particolare consorterie pugliesi e calabresi”.

Eppure, se la violenza è il volto più visibile del fenomeno, la parte meno appariscente ma più insidiosa riguarda il riciclaggio. “Il reimpiego degli enormi profitti delle rapine, spesso costituiti da denaro contante o preziosi, è un vero problema per i gruppi criminali”. Così, “commercialisti, broker, operatori della finanza, imprenditori collusi - ha proseguito il magistrato - diventano strumenti indispensabili. I rapinatori possono anche creare, come soci occulti, imprese nei settori alberghieri e della ristorazione, insieme a soggetti di varia estrazione sociale”. A questo si aggiunge un’altra strategia: trasformare il denaro sporco in droga. “Le organizzazioni acquistano grosse partite di stupefacenti pesanti, che poi piazzano nell’isola e fuori, grazie a una fittissima rete di spacciatori”. Così il denaro illecito si moltiplica e la Sardegna diventa snodo del narcotraffico internazionale.

Si tratta dunque di un sistema ben oleato e consolidato, al punto da valicare anche i confini nazionali. “Abbiamo riscontri di rapporti con organizzazioni criminali del Nord Africa, dell’Est Europa, della Spagna e della Francia”, ha spiegato il procuratore. Un mosaico di contatti che trova terreno fertile anche nelle carceri sarde, trasformate in “vere palestre del crimine”, dove i periodi di detenzione diventano occasione di alleanze e apprendistato.

Resta il fatto che uno dei fronti più preoccupanti è quello delle infiltrazioni nell’economia legale. Il caso emblematico sembra essere quello di Alghero, dove “elementi della malavita campana hanno occupato ampi settori dell’economia cittadina, dai ristoranti alle gelaterie, fino ai lidi”. Ma Patronaggio mette in guardia: “Non si tratta di un caso isolato. La Sardegna, con il suo potenziale turistico, è una terra elettiva di investimenti opachi provenienti da soggetti legati a organizzazioni mafiose continentali”.

Foto © Davide de Bari

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