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Le parole della vedova di Beppe Alfano alla commemorazione per Pio La Torre

Secondo un antico proverbio arabo: “Dopo che muori ogni cosa di te si nasconde, si perde, tranne il tuo esempio”. Ho conosciuto Mimma Barbaro molti anni fa, le ho sempre voluto bene per il suo esempio di donna capace di alchimizzare rabbia e dolore trasformandoli in una forza indicibile attraversata da sprazzi di solarità, gentilezza e finanche di un’allegria contagiosa. Ed è l’esempio di resistenza di questa grande donna siciliana quello che oggi rimane oltre il dolore per la sua scomparsa. 

Pensando a Mimma mi sono imbattuto in una vecchia registrazione di Radio Radicale in occasione del 24° anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Quel giorno al Centro Studi Pio La Torre, oltre a Mimma Barbaro, erano intervenuti diversi familiari di vittime di mafia. 

Era il 2006, l’anno in cui la Cassazione aveva reso definitiva la sentenza di condanna del killer di Beppe Alfano, Nino Merlino. Di fatto nel 1999 era già passata in giudicato la condanna del mandante, il boss Giuseppe Gullotti. Ma nel 2014 il pentito Carmelo D’Amico avrebbe fatto il nome del barcellonese Stefano Genovese quale killer di Alfano, a prescindere della conferma del ruolo di mandante di Gullotti. Nell’ottobre 2023, però, l’inchiesta aperta su Genovese sarebbe stata archiviata.

In occasione di quella commemorazione per Pio La Torre non si poteva certo immaginare quanto sarebbe stata ulteriormente irta la strada per arrivare alla verità sull’omicidio di Beppe Alfano – verità che tutt’ora manca –, su quello che lo stesso legale della famiglia Alfano, Fabio Repici, aveva definito un “crimine di altissimo livello e almeno in parte un delitto di Stato”. Un “crimine di altissimo livello” per il quale la famiglia Alfano continua a lottare per avere giustizia.


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Da sinistra: Mimma Barbaro insieme ai figli, Sonia e Chicco, e, in uno scatto d'archivio, il giorno delle nozze con il marito Beppe Alfano. Immagini tratte da Facebook


Il 29 aprile del 2006 Mimma Barbaro aveva quindi parlato con il cuore in mano davanti a una moltitudine di ragazzi e ragazze. Aveva spiegato che la condanna di Merlino era un “punto di partenza” e che lei e i suoi figli avrebbero combattuto “ancora di più per sapere chi sono i mandanti reali di questo omicidio”.

La vedova di Beppe Alfano aveva sottolineato che nel barcellonese si nascondevano i più grandi latitanti: da Nitto Santapaola (“abitava a pochi metri da casa nostra”), a Bernardo Provenzano.

Il suo racconto si era snodato attraverso quelli che avevano definito come “tredici anni di sofferenze”. “Come familiari – aveva ribadito – siamo stati emarginati nella nostra zona dai cosiddetti amici di mio marito”.

“Mio marito era un professore di scuola media con il pallino del giornalismo, lui amava scavare, andare a fondo nelle storie. Soprattutto nelle storie di mafia, lui era la memoria storica del suo paese: era nato a Barcellona Pozzo di Gotto e lì conosceva tutti. Era una persona molto scomoda in questa zona, soprattutto nell'ultimo periodo... sapeva di Nitto Santapaola, e lo denunciava, ma nessuno sentiva… Veniva lasciato solo dai suoi presunti amici. Amici dal punto di vista politico: parliamo del senatore Nania, di Salvatore Ragno: prima suoi grandi amici, poi divenuti semplici 'conoscenti'. Ci hanno lasciato soli… ma poi abbiamo trovato accanto a noi persone come Rita Borsellino, Tano Grasso, Luciano Violante e Beppe Lumia.

Durante il suo intervento Mimma raccontava dei problemi effettivi che erano sorti nel momento in cui la sua famiglia aveva cominciato a pretendere la verità.


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Mimma Barbaro e Sonia Alfano salutano Papa Francesco. Immagine tratta da Facebook


“Mia figlia (Sonia Alfano, ndr) è stata minacciata ed è scortata perchè ha avuto il coraggio di dire quello che abbiamo sempre sostenuto, e siccome è la portavoce della nostra famiglia, è lei quella che in questo momento rischia di più.

Quando esco con i miei nipotini non vi nascondo che vorrei tenerli stretti accanto a me, ho paura che in un attimo di distrazione possa succedere qualcosa…”.
 

Poi però si era rivolta a tutti quei giovani con un appello accorato: “Siete voi che in questo momento dovete cercare di prendere il testimone che noi vi lanciamo: è il testimone della parola e non del silenzio. Come siciliani dobbiamo smetterla con l'omertà perchè è questo il pericolo maggiore. E basta anche con 'calati juncu chi passa la china'... No juncu, quando passa la china devi essere estirpato! Gli juncu sono i nostri mafiosi, quindi abbassando la testa passa il fiume e poi si rialzano... E invece nel momento in cui passa la piena devono essere estirpati…”. “Ricordiamo queste persone (le vittime di mafia, ndr), ricordiamo questi sacrifici. Queste persone non sono eroi, ma uomini di tutti i giorni, perchè sono eroi inconsapevoli: hanno avuto le loro paure, le loro tensioni, le loro famiglie, i loro problemi all'interno delle loro famiglie... Sono persone che hanno vissuto costantemente in mezzo agli altri: eroi per caso… Sta a voi ragazzi ricordarli e mantenere sempre alta la memoria di queste persone. Ricordatevi che dietro a tantissimi nomi - don Luigi Ciotti diceva che siamo un esercito - ci sono dei volti, delle famiglie, gente che ha vissuto, ha sofferto e continuerà a soffrire, ma se avrà voi accanto, e voi resterete assieme a noi, la nostra sofferenza sarà sempre alleviata”.

Ciao Mimma, l’amore di tanti giovani starà sempre vicino alla tua famiglia e a tutti i familiari delle vittime di mafia. Fino al giorno in cui sarà fatta giustizia.

Immagine di copertina originale tratta dal profilo Facebook di Sonia Alfano. Adattata con supporto IA

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